Le principali notizie e informazioni di natura economica, finanziaria, giuridica e politica relative alla Cina

giovedì 31 marzo 2011

Nel 2013 la Cina potrebbe essere il primo Paese per ricerca scientifica

Con 100 miliardi di dollari all’anno di investimenti in R&S, la Repubblica Popolare contribuisce ad oltre il 10% della produzione scientifica mondiale, attestandosi al secondo posto nella classifica globale.

Secondo uno studio della Royal Society, Accademia delle scienze inglese, la Cina si è attestata al secondo posto nella classifica mondiale per la produzione scientifica e si prepara a sorpassare nel giro di due anni gli USA. La ricerca, denominata “Knowledge, Networks and Nations”, si è basata sul numero di articoli e studi pubblicati nelle riviste scientifiche più prestigiose a livello mondiale mettendo a confronto il decennio 1993-2003 al quadriennio 2004-2008.
Attualmente la classifica vede la massiccia presenza delle potenze occidentali, con gli Stati Uniti al primo posto, avendo il 20% della produzione scientifica globale e investendo 400 milioni di dollari all’anno per ricerca e sviluppo, seguita dalla Cina con il 10,2% del contributo scientifico. Tuttavia, i margini delle nazioni occidentali si sta progressivamente riducendo a favore delle nazioni emergenti (l’India è entrata quest'anno in classifica alla decima posizione): le pubblicazioni di scienziati cinesi sono passate da 25.474 nel 1996 a 184.080 nel 2008; se la tendenza dovesse rimanere stabile il Dragone supererebbe gli USA nel 2020, ma tenendo conto della riduzione della produttività americana, ciò potrebbe accadere già nel 2013.
Le ragioni di tale sviluppo sono da ricercare negli investimenti di Pechino in R&S: dal 1999 ad oggi il governo ha aumentato del 20% annuale i contributi in ricerca, arrivando oggi a 100 miliardi di dollari l’anno. I risultati si possono notare anche dal volume di lauree conseguite: dal 2006 ad oggi nella Repubblica Popolare si sono laureati 1,5 milioni di ingegneri e studenti di materie scientifiche. A ciò si deve aggiungere che l’educazione impartita ai giovani cinesi è abbastanza diversa rispetto a quella occidentale: i ragazzi vengono sin da piccoli spronati a puntare al massimo e ad esercitare memoria, ortografia e studio sistematico della matematica, delle scienze e della musica, arrivando così all’università con obiettivi chiari e metodo assimilato. Inoltre, l’accesso alle università è libero a tutti, indipendentemente dal reddito familiare.
Sebbene il rapporto della Royal Society non dimostri che ci sia una stretta correlazione tra quantità e qualità della produzione scientifica, visti anche i ripetuti fenomeni di corruzione e plagio nell’ambito accademico, i dati pubblicati denotano un risveglio intellettuale del Paese asiatico, che andrà a beneficio anche della comunità internazionale.

mercoledì 30 marzo 2011

Ducati scommette sulla Cina

La casa automobilistica italiana pianifica un massiccia presenza sul mercato asiatico, Cina in particolare, dove lancia quest’anno il modello da strada “Diavel”.

Dopo aver conquistato il Giappone due anni fa, ora Ducati ha deciso di espandere la propria presenza in tutta l’area del Far East presentando in Asia la nuova moto da strada “Diavel”, un modello adatto al mercato asiatico per le sue caratteristiche di innovazione, sportività, potenza e facilità di guida.
E’ nella regione dell’Asia-Pacifico, infatti, che il mercato delle due ruote sembra presentare ottime opportunità di sviluppo per il futuro non troppo lontano: in questa area del mondo la moto è uno dei mezzi più utilizzati e l’aumento del reddito permette di puntare su un target in continua espansione; giovani tra i 35 e i 40 anni con alta capacità di spesa, appunto, sono i primi clienti delle case motociclistiche occidentali.
Ducati nel 2010 ha venduto in Asia 1.100 moto e nel 2011 prevede di raddoppiare le vendite. Inoltre, a novembre la casa motociclistica inaugurerà un nuovo stabilimento produttivo in Tailandia che entro il 2015 rifornirà i negozi di Cina e India, con gran risparmio di dazi, che oggi impongono un costo finale del prodotto abbastanza elevato e quindi accessibile a pochi (la Diavel in Cina costa 32 mila euro). La Cina, in particolare, è il Paese su cui il Gruppo punta maggiormente: quest’anno aprirà nel Dragone 3 nuovi punti vendita che si aggiungeranno a quelli già esistenti a Pechino e a Shanghai. La Repubblica Popolare, nonostante qualche problematica legata alle normative sulla circolazione che nelle grandi città prevedono forti limitazioni, può contare su un bacino di 18 milioni di motociclisti, destinati ad aumentare esponenzialmente. Proprio per questo Ducati ha già scelto Shanghai come centro coordinativo delle proprie attività.

martedì 29 marzo 2011

Agroalimentare Made in Italy: prime registrazioni di prodotti Dop e Igp in Cina

L’agroalimentare italiano continua a riscuotere successo in Cina ed ora arrivano riconoscimenti per due prodotti tipici della tavola italiana. Inoltre, la registrazione di beni di alta qualità si applica per la prima volta anche a prodotti cinesi venduti in Occidente.

Una buona notizia per l’agroalimentare italiano in Asia: la Cina ha riconosciuto due Indicazioni Geografiche italiane, il Grana Padano e il Prosciutto di Parma. Nei giorni scorsi, infatti, è entrato in vigore il protocollo sperimentale “dieci più dieci” approvato cinque anni fa tra Europa e Cina per le registrazioni di prodotti Dop e Igp. Si tratta di un’importante tappa per il settore tricolore, dato che gli alimenti italiani sono quelli con più mercato nella Repubblica Popolare; inoltre, tale accordo permetterà, da oggi in avanti, di evitare problematiche legate alla contraffazione e all’imitazione di marchi nel mercato asiatico, soprattutto alla luce dell’aumento considerevole dell’export dell’agroalimentare italiano. Nel 2010, precisamente, l’export di prodotti alimentari Made in Italy è arrivato a 21 miliardi di euro (+10,6%) con ottime performance non solo negli Stati Uniti ed in Europa ma anche in Cina, dove ha visto un incremento del 63%. Sempre l’anno scorso, il Prosciutto di Parma ha segnato un incremento record pari al 9,5% delle esportazioni, mentre il Grana Padano, assieme al Parmigiano Reggiano, ha avuto un aumento del 26%.
Tutto ciò a fronte di tradizioni alimentari fortemente diverse; nel Dragone, effettivamente, il consumo di prodotti lattiero-caseari è sempre stato limitato e solo ora inizia a farsi strada nella cultura locale. Per i prossimi anni si prevede un balzo ulteriore dei beni alimentari italiani, che potranno contare su un bacino di consumatori che arriverà a 120 milioni di persone nel prossimo decennio.
Il riconoscimento di alimenti di qualità, comunque, è reciproco: nel novembre scorso la pasta alimentare cinese “Longkou Fen”, la pasta Doc Made in China, è stata registrata a livello europeo tra gli alimenti a indicazione geografica protetta. In attesa di registrazione ci sono anche prodotti quali il tè alle mele e pere cinesi e l’aceto tipico dello Zhejiang.
Tuttavia, non va dimenticato che l’importazione di beni alimentari dalla Cina non è sempre sinonimo di qualità ed etica: molti prodotti agricoli che l’Italia acquista, in realtà, si è scoperto che provengono dai terreni lavorati da attivisti o dissidenti politici detenuti nei campi di riabilitazione.

lunedì 28 marzo 2011

Gli approvvigionamenti cinesi mettono in crisi il tessile italiano

Cotone e lana iniziano a scarseggiare e il loro costo aumenta; mentre le aziende cinesi sono disposte a pagare di più per l’approvvigionamento tessile, le imprese italiane rimangono prive di materie prime.

Negli ultimi mesi la speculazione sulle materie prime ha messo in ginocchio il settore tessile italiano, comportando oneri molto alti per le imprese nell’approvvigionamento delle fibre: solo nell’ultimo anno il prezzo del cotone, ad esempio, è aumentato del 66%.
Inoltre, la difficoltà a reperire materiali come lana e cotone ha permesso la diffusione di un sistema praticato da molti mercanti della Repubblica Popolare, i quali acquistano i quantitativi di fibre dei commercianti già promessi ad altri clienti, essendo anche disposti a pagare la penale prevista in questi casi. Il risultato è che le aziende cinesi, che al momento hanno maggiore disponibilità economica ed un mercato tessile in continua crescita, possono permettersi di pagare prezzi più alti per l’approvvigionamento delle materie prime, riducendo così la disponibilità di fibre per le imprese italiane. Infatti, la lana, venduta alle aste dai commercianti australiani, neozelandesi e sudafricani, viene aggiudicata in maggioranza da cinesi, così come il prezioso cashmere sta diventando sempre più raro in Italia perché trattenuto dagli operatori del Dragone. Questa tendenza è rafforzata, poi, dal nuovo sistema di commercio cinese, caratterizzato ora dall’esportazione del prodotto finito, per alzare i guadagni, anziché dal bene grezzo.
A ciò si aggiunge che, mentre le scorte mondiali diminuiscono e i prezzi di approvvigionamento salgono, la domanda nel tessile continua ad aumentare: la produzione mondiale di fibre nel 2009 è arrivata a 71 milioni di tonnellate ed il consumo medio è salito a 10,4 chili a persona. Ciò pone un problema non indifferente alle aziende del Made in Italy, in uno dei settori più rappresentativi del manifatturiero tricolore.