Il Paese del Dragone si conferma il primo mercato con 980 mila auto vendute e performance in crescita di circa il 20% sul corrispondente dato di un anno fa. La casa di Wolfsburg conferma dunque l’interesse sempre più alto verso il Paese.
I mercati asiatici sempre più punto di svolta per Volkswagen. Con l’uscita degli ultimi dati relativi alle vendite, è la Cina infatti a confermarsi il primo mercato con 980 mila auto vendute (più che in tutta Europa e su di un totale di ben 1,07 milioni le automobili vendute dall’inizio dell’anno) e performance in crescita del 19,6% sul corrispondente dato di un anno fa.
Gli imponenti investimenti realizzati nel Paese a partire dal 2011 con oltre 10 miliardi di euro investiti per il quinquennio 2011-2015 continuano quindi a dare i loro frutti.
Il gruppo Volkswagen è già molto ben piazzato sul mercato cinese con impianti che raggiungono le dieci unità e che vengono gestiti attraverso più società in joint venture, la prima delle quali risale a quasi trent’anni fa.
Lo scorso mese la casa di Wolfsburg ha reso noto ufficialmente la realizzazione di un nuovo stabilimento a Changsa, nella provincia dello Hunan. In questo caso la società realizzatrice della struttura è la joint venture SAIC-Volkswagen con la nuova fabbrica che di fatto entrerà in funzione nel 2016, con una produzione di altri 300 mila veicoli.
Le prospettive di crescita della Cina risultano quindi fondamentali per la casa automobilistica tedesca che da tempo lavora per crescere e consolidarsi nel Paese. Già nel 2012, erano stati firmati importanti accordi durante una visita a Berlino di una delegazione governativa di Pechino, ed erano state gettate le basi per la costruzione di altri due impianti produttivi, uno a Foshan e uno a Yizheng. Verso la fine di quest’anno anche queste due fabbriche inizieranno a produrre sempre nell’ordine delle 300 mila unità all’anno ciascuno.
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martedì 11 giugno 2013
venerdì 11 gennaio 2013
Aumentano le opportunità di investimento nello Jiangxi
La provincia di Jiangxi, nel periodo gennaio-settembre 2012, ha approvato la costituzione di 548 imprese a capitale straniero: questo numero è in calo del 3,5% rispetto al 2011 ma il capitale realmente investito ha registrato un incremento del 12,9% rispetto all’anno precedente.
Jiangxi, provincia della Repubblica Popolare Cinese del sud-est del paese, dotata di 11 comuni rappresenta per le imprese a capitale straniero un’opportunità di investimento.
Dotata di abbondanti risorse naturali, la provincia è terza nella classifica nazionale dei prezzi più bassi in termini immobiliari (1,25 RMB/mq, con rimborsi da parte del governo locale).
Lo scorso anno le industrie principali della provincia sono state la chimica, la metallurgia, l’automobilistico, il settore alimentare, e le industrie farmaceutiche.
Vittima dei salari e del lavoro, l'economia della provincia si trova ora in una bassa fascia della catena del valore, avendo altre provincie, come Guangdong o Zhejiang, attirato manodopera qualificata grazie proprio a salari maggiori.
Il governo locale ha stanziato numerose norme in materia di imposizione fiscale per incentivare gli investimenti ed ha in programma di aumentare le infrastrutture e di sviluppare nuovi progetti energetici, compreso quello nucleare.
Nel periodo gennaio-settembre 2012, Jiangxi ha acconsentito la costituzione di 548 imprese a capitale straniero. Un numero in calo del 3,5% rispetto al 2011, ma che di fatto ha visto registrare un aumento del 12,9% relativo al capitale realmente investito (5.101 milioni di dollari).
Jiangxi, provincia della Repubblica Popolare Cinese del sud-est del paese, dotata di 11 comuni rappresenta per le imprese a capitale straniero un’opportunità di investimento.
Dotata di abbondanti risorse naturali, la provincia è terza nella classifica nazionale dei prezzi più bassi in termini immobiliari (1,25 RMB/mq, con rimborsi da parte del governo locale).
Lo scorso anno le industrie principali della provincia sono state la chimica, la metallurgia, l’automobilistico, il settore alimentare, e le industrie farmaceutiche.
Vittima dei salari e del lavoro, l'economia della provincia si trova ora in una bassa fascia della catena del valore, avendo altre provincie, come Guangdong o Zhejiang, attirato manodopera qualificata grazie proprio a salari maggiori.
Il governo locale ha stanziato numerose norme in materia di imposizione fiscale per incentivare gli investimenti ed ha in programma di aumentare le infrastrutture e di sviluppare nuovi progetti energetici, compreso quello nucleare.
Nel periodo gennaio-settembre 2012, Jiangxi ha acconsentito la costituzione di 548 imprese a capitale straniero. Un numero in calo del 3,5% rispetto al 2011, ma che di fatto ha visto registrare un aumento del 12,9% relativo al capitale realmente investito (5.101 milioni di dollari).
mercoledì 25 luglio 2012
Toyota crede nella Cina
L’azienda giapponese costruirà un sito per la produzione di sistemi di trasmissione.
Toyota ha reso noto nella giornata odierna che è in programma la costruzione di un sito per la produzione di sistemi di trasmissione sul territorio cinese. L'iniziativa richiederà un investimento di 285 milioni di dollari e darà lavoro a 850 dipendenti. Il complesso dovrebbe entrare in attività nel settembre del 2014 e la sua produzione annua dovrebbe essere di 240mila pezzi all'anno.
L’azienda, che ha da poco concluso un altro accordo con PSA Peugeot Citroen per la produzione di veicoli commerciali leggeri per il mercato europeo, è ad oggi la più grande società al mondo per totale attivo tangibile, pari a 287 mld di euro nel 2011. Gli ultimi dati disponibili confermano questa crescita; a tutto giugno è stata infatti superata la soglia dei 200 milioni di veicoli assemblati.
“Una bella soddisfazione per il nostro management, ma soprattutto per i 300 mila addetti che lavorano per noi nel mondo” ha commentato il Presidente Akio Toyoda.
Toyota ha reso noto nella giornata odierna che è in programma la costruzione di un sito per la produzione di sistemi di trasmissione sul territorio cinese. L'iniziativa richiederà un investimento di 285 milioni di dollari e darà lavoro a 850 dipendenti. Il complesso dovrebbe entrare in attività nel settembre del 2014 e la sua produzione annua dovrebbe essere di 240mila pezzi all'anno.
L’azienda, che ha da poco concluso un altro accordo con PSA Peugeot Citroen per la produzione di veicoli commerciali leggeri per il mercato europeo, è ad oggi la più grande società al mondo per totale attivo tangibile, pari a 287 mld di euro nel 2011. Gli ultimi dati disponibili confermano questa crescita; a tutto giugno è stata infatti superata la soglia dei 200 milioni di veicoli assemblati.
“Una bella soddisfazione per il nostro management, ma soprattutto per i 300 mila addetti che lavorano per noi nel mondo” ha commentato il Presidente Akio Toyoda.
martedì 17 luglio 2012
In calo gli investimenti stranieri in Cina
Gli investimenti diretti stranieri, dopo aver stabilito il record di tutti i tempi a 124 miliardi di dollari nel 2011, sono in flessione da sei mesi consecutivi.
Il governo di Pechino ha comunicato di aver attirato, nel primo semestre 2012, 59 miliardi di dollari di investimenti diretti da tutto il mondo con un netto calo del 5,9% in un anno.
Il gigante asiatico ha perso il 3% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Stando ai dati pubblicati oggi, l'Unione europea è però in controtendenza: nei primi sei mesi del 2012 essa ha investito 3,52 miliardi di dollari in Cina, con un incremento dell'1,6% rispetto al 2011.
È normale che, per attirare più capitali, Pechino sta studiando delle facilitazioni per le società estere: tra queste l’intenzione di ridurre la tassazione sui dividendi che le stesse rimpatriano alla fine di ogni esercizio nei Paesi d'origine. Ciò porterebbe ad enormi risparmi.
“Quest'anno i flussi degli investimenti diretti stranieri resteranno stabili” ha dichiarato ieri il viceministro del Commercio, Chao Wang. “Le misure varate di recente dal Governo per sostenere la crescita e stimolare i consumi stabilizzeranno presto la nostra economia, e così gli investitori stranieri torneranno ad aver fiducia sulla Cina”.
Il governo di Pechino ha comunicato di aver attirato, nel primo semestre 2012, 59 miliardi di dollari di investimenti diretti da tutto il mondo con un netto calo del 5,9% in un anno.
Il gigante asiatico ha perso il 3% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Stando ai dati pubblicati oggi, l'Unione europea è però in controtendenza: nei primi sei mesi del 2012 essa ha investito 3,52 miliardi di dollari in Cina, con un incremento dell'1,6% rispetto al 2011.
È normale che, per attirare più capitali, Pechino sta studiando delle facilitazioni per le società estere: tra queste l’intenzione di ridurre la tassazione sui dividendi che le stesse rimpatriano alla fine di ogni esercizio nei Paesi d'origine. Ciò porterebbe ad enormi risparmi.
“Quest'anno i flussi degli investimenti diretti stranieri resteranno stabili” ha dichiarato ieri il viceministro del Commercio, Chao Wang. “Le misure varate di recente dal Governo per sostenere la crescita e stimolare i consumi stabilizzeranno presto la nostra economia, e così gli investitori stranieri torneranno ad aver fiducia sulla Cina”.
venerdì 22 giugno 2012
Investimenti stranieri in Borsa più facili?
Potrebbe
essere ridotta da 5 miliardi di dollari a 500 milioni di dollari la quantità di
attivi necessaria per ottenere la qualifica di investitore estero qualificato.
Cambiamenti
in vista per gli investitori stranieri. Secondo una proposta della Commissione
cinese di regolazione (Csrc), potrebbero essere facilitate molte delle
condizioni che ad oggi sono richieste per investire nelle Borse in Cina.
Secondo
le normative vigenti, le persone fisiche straniere non hanno accesso al mercato
azionario cinese, mentre le istituzioni estere devono prima ottenere il
riconoscimento di investitore estero qualificato.
Secondo
la proposta avanzata lo scorso 20 giugno dalla Csrc, la quantità di attivi
necessaria per ottenere questa qualifica verrà abbassata dalla quota attuale di
5 miliardi di dollari a 500 milioni di dollari.
La Commissione ha previsto inoltre un’altra
novità: aumentare di un 10% la quota che le istituzioni straniere possono
detenere in società quotate cinesi, passando dal 20% al 30% (così come prevede
l'accesso al mercato interbancario obbligazionario).
mercoledì 16 novembre 2011
Export in calo, ma aumentano gli IDE
L’economia cinese risente della crisi occidentale, a causa della quale si riducono le esportazioni del Dragone mentre aumentano le importazioni.
La crisi che sta ancora assediando l’Europa si ripercuote anche in una delle economie più in crescita di questi anni, ovvero la Cina. Nella Repubblica Popolare, infatti, la debolezza del Vecchio Continente ha provocato un significativo calo delle esportazioni, dal momento che nel 2010 le merci europee hanno rappresentato circa un terzo della produzione cinese. Secondo i dati del Ministero del Commercio di pechino, nel mese di ottobre le esportazioni cinesi hanno toccato il loro livello più basso dal 2009, crescendo del 15,9%. Di pari passo, invece, aumentano le importazioni, in particolare dai tre principali partner commerciali del Dragone: USA con + 20,5%, Australia con + 36,7% e Unione Europea con +28,2%.
In conseguenza di questo trend si sta riducendo il surplus commerciale della Cina che nel mese scorso si è attestato a 17 miliardi di dollari, contro i 24,9 miliardi attesi. Secondo le previsioni, entro la fine del 2011 il surplus arriverà a 150 miliardi di dollari, con una diminuzione pari a 30 miliardi. Tale fenomeno va anche legato alle misure del governo centrale attuate per ristabilire l’equilibrio commerciale, aumentando proprio la voce dell’import.
Resistono alla crisi gli IDE in Cina, che nel periodo gennaio-ottobre 2001 hanno attirato flussi pari a 95 miliardi di dollari, con una crescita del 15,9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. I settori dove si registra maggior incremento sono i servizi, con un aumento del 20,7%, e il manifatturiero cinese, con +11,7%.
lunedì 14 novembre 2011
La borsa di Shanghai apre alle aziende estere
Lo Shanghai Stock Exchange è pronto per l’internazionalizzazione del segmento azionario, tramite il quale si concederà agli emittenti esteri la vendita di titoli.
Una delle principali borse valori cinesi, lo Shanghai Stock Exchange, ha recentemente annunciato di voler permettere agli emittenti stranieri di vendere titoli azionari. Tale decisione garantirà ad un grande numero di investitori individuali di evitare i controlli diretti sul capitale a cui erano sottoposti finora e alle grandi compagnie di poter quotarsi in quello che è oggi il secondo mercato internazionale,.
L’iniziativa si rivelerà fruttuosa anche per la Repubblica Popolare, che così risulterà più appetibile agli occhi degli operatori esteri, mentre consentirà agli investitori cinesi di avere una maggiore varietà di società tra cui scegliere per accrescere il proprio portafoglio. Inoltre, Shanghai potrà, così, essere alla guida della finanza nazionale già a partire dal 2020.
venerdì 11 novembre 2011
Aprire una società commerciale in Cina
Con i costi elevati per l’apertura di un RO in Cina, sempre più investitori prediligono la società commerciale. Ecco alcuni dettagli per la costituzione di una FICE.
Dopo che negli ultimi anni il governo cinese ha introdotto diverse limitazioni ai RO delle imprese straniere, una valida alternativa per gli investitori è quella della FICE (Foreign Invested Commercial Enterprise), forma societaria che permette di: importare ed esportare, vendere al dettaglio e all’ingrosso, avviare un franchising, svolgere attività di controllo, post vendita e altri servizi sul suolo cinese. Inoltre, la FICE è un’organizzazione economica, grazie ai vantaggi fiscali di cui gode. Ha a disposizione due forme: la WFOE, società a totale partecipazione straniera, o la joint venture con un socio cinese.
La legislazione di riferimento è quella stabilita dalle Disposizioni Amministrative sugli Investimenti Esteri nel Settore Commerciale entrate in vigore nel 2004. Per poter avviare una società commerciale è necessario disporre di una buona base economica, avere una capacità operativa commerciale avanzata e una estesa rete di vendita internazionale. Per quanto riguarda il capitale minimo, i requisiti variano a seconda del settore industriale e su base regionale.
Il processo di costituzione di una FICE si sviluppa in tre fasi: pre-registrazione, registrazione e post-registrazione. Nella prima fase l’imprenditore straniero dovrà rivolgersi alla State Adminsitration for Ibndustry and commerce (SAIC), che verificherà l’accettabilità del nome societario. Ciò che è vincolante in questo caso è il nome cinese e non la sua traduzione, Nella seconda fase l’investitore dovrà fornire la licenza commerciale (o certificato di costituzione), il conto bancario e prove di affidabilità creditizia. Il certificato di approvazione verrà rilasciato dall’ufficio locale del Ministero del Commercio, dopodiché saranno necessari 30 giorni per la registrazione presso la Adminsitration of Industry and Commerce. In seguito alla registrazione e all’ottenimento della licenza commerciale, l’investitore dovrà effettuare altri registrazioni.
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mercoledì 19 ottobre 2011
Architetti stranieri per costruire la Cina
Nel giro di 50 anni la Cina avrà il 76% del proprio territorio urbanizzato; numerosi i progetti in cantiere e le opportunità nei settori dell’edilizia e del design che richiedono soprattutto professionisti occidentali.
È la Repubblica Popolare, attualmente, uno dei Paesi più attraenti per gli architetti e le società di costruzione internazionali: se oggi il Dragone investe molto nelle costruzioni (l’anno scorso ha speso 1000 miliardi di dollari per vari progetti), nei prossimi 50 anni si prevede che il 76% dl suo territorio sarà urbanizzato.
Molti professionisti del settore hanno già colto l’opportunità cinese: sono numerosi gli studi di architetti stranieri a Pechino e Shanghai, aperti al fine di capitalizzare la crescita del mercato edilizio. Chi è riuscito ad aprire un ufficio in loco ha visto raddoppiare gli utili nel giro di pochi anni. Alcune grandi opere del Paese asiatico, infatti, sono state realizzate da architetti occidentali, come il quartier generale di China Central Television di Pechino e la Guangzhou Opera House di Zaha Hadid. Le opportunità di business non ci sono solo nelle grandi metropoli, ma anche nelle città di secondo e terzo livello dove il fenomeno dell’urbanizzazione è in rapida evoluzione.
Nonostante l’appetibilità del mercato, permangono alcune difficoltà. In primis, la necessità delle società di costruzioni di doversi adattare alle esigenze del luogo: le tendenze e gli standard sono ancora molto differenti rispetto al design occidentale, così come i processi di costruzione, la progettazione e la qualità. Inoltre, le tempistiche sono decisamente ridotte rispetto a quelle occidentali: in Cina si costruisce nel giro di pochi mesi, invece che anni.
La presenza di architetti stranieri, assieme al maggiore tolleranza per le sperimentazioni, ha inevitabilmente modificato i paesaggi, rendendo le città cinesi più simili a quelle europee e statunitensi. Se da un lato, ciò rappresenta un modo per aprirsi alla globalizzazione, dall’altro è fonte di numerose critiche da parte di chi non ama lo stravolgimento dei concept orientali.
giovedì 29 settembre 2011
European Business in China Position Paper 2011
Pubblicato l’European Business in China Position Paper 2011, che indaga il contesto cinese e le opportunità di business per le imprese europee.
Il 22 settembre scorso si è tenuta a Roma la presentazione dell’European Business in China Position Paper, strumento annuale pubblicato dalla Camera di Commercio Europea in Cina. Nel documento vengono riportate osservazioni ed indicazioni sul clima imprenditoriale cinese, fornite da Gruppi di Lavoro e Forum rappresentativi di vari settori del business europeo in loco e dalla testimonianza di circa 500 aziende attive sul mercato cinese. L’obiettivo del Position Paper è quello di approfondire le prospettive del mercato per poter sviluppare nuovi investimenti.
Ciò che è emerso nel coso di quest’anno è, in sostanza, che il progresso cinese si conferma: le performance delle imprese sono migliorate sia in termini economici che di crescita, così come l’importanza strategica del Dragone a livello internazionale. Tuttavia, parallelamente si registra un’intensificazione della competizione, sia per le aziende locali che straniere, oltre ad un aumento dei prezzi delle materie prime e dei costi delle risorse umane. Inoltre, secondo il 43% dei membri della Camera di Commercio Europea, le politiche governative negli ultimi due anni sono diventate ancora più discriminatorie.
Il documento si ripropone, poi, di fornire dei consigli alle autorità economiche cinesi al fine di incentivare l’apertura del Paese; in particolare si sottolinea l’importanza dei seguenti punti: potenziare l’accesso al mercato, migliorare la trasparenza e la prevedibilità nella legislazione, migliorare l’efficienza delle normative, incoraggiare l’innovazione attraverso la protezione dei diritti della proprietà intellettuale. Infine, il Position Paper vuole anche essere uno spunto per gli operatori economici europei, incitando la promozione degli investimenti sino-europei e lo sviluppo di una politica europea coordinata verso la Cina.
martedì 6 settembre 2011
Normative ambientali più rigide per le aziende in Cina
Il Governo di Pechino promuove la tutela ambientale introducendo nuove tasse e norme più severe in materia, a cui le aziende dovranno adeguarsi.
Tra le priorità della Cina dichiarate nel nuovo Piano Quinquennale c’è la tutela ambientale; il governo di Pechino si è fatto molto più rigido in materia, introducendo nuove regole e programmi per ridurre l’inquinamento. Da qui al 2015 il Dragone investirà ben 450 miliardi di dollari nella tutela ambientale; entro cinque anni verranno costruiti 4 mila nuovi impianti per il trattamento delle acque reflue e continuerà l’impiego di fonti di energia rinnovabile, per le quali il Paese asiatico è al primo posto nel mondo. Secondo il nuovo Piano, la Repubblica Popolare dovrà ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 40% entro il 2020 e il consumo energetico dovrà scendere del 16% per ogni dollaro di output; inoltre, entro il 2011 il consumo di acqua dovrà essere ridotto del 7%.
Le normative più stringenti hanno colpito maggiormente le aziende, sia cinesi che italiane, sulle quali gravano rigidi standard , test e nuove tasse. Le licenze per poter aprire stabilimenti in loco sono ancora più difficili da ottenere, mentre il rispetto delle norme ambientali cinesi sono ormai indispensabili per poter chiedere prestiti ad alcune banche. In determinati settori, come quello chimico, ad esempio, vengono richiesti ulteriori test oltre a quelli internazionali, con conseguenti costi extra.
Tre sono le nuove tasse che verranno applicate a tutte le aziende: carbon tax per chi supera i livelli di emissioni di carbonio, green tax, per i maggiori inquinatori e resource tax, imposta del 5% sulle risorse naturali.
I settori in cui si avranno maggiori spese, comunque, saranno quello metallurgico, aeroportuale e del cemento, in quanto producono più emissioni e hanno costi elevati per la riconversione degli impianti.
lunedì 22 agosto 2011
Controtendenza: le imprese occidentali si allontanano dalla Cina
L’inflazione e il rallentamento economico cinesi preoccupano gli investitori esteri e così si chiudono numerose fabbriche straniere nel Dragone.
I recenti avvenimenti economici che riguardano la Cina fanno registrare un cambiamento di tendenze tra gli operatori commerciali dell’Occidente. Se fino a poco tempo fa la Repubblica Popolare era la meta prediletta degli investimenti esteri, tanto per un vantaggio economico quanto per prospettive di crescita, ora nuove difficoltà mettono in allarme le imprese.
Sebbene l’economia cinese sia trinata da un Pil ancora n crescita dell’8% secondo le stime ufficiali, l’inflazione, che si aggira attualmente al 6,5%, è una delle principali fonti di preoccupazione delle aziende. I prezzi dei beni di consumo aumentano vertiginosamente, soprattutto quelli dei generi alimentari, e di conseguenza i consumi calano e i lavoratori chiedono aumenti del salario. Nel 2007 il salario medio cinese era di 0,72 dollari l’ora, mentre si stima che nel 2015 arriverà a 8,16 dollari orari. In sostanza, si calcola che il vantaggio competitivo delle imprese occidentali presenti in Cina si riduce del 15% del costo del lavoro. Sono 265 le aziende che hanno già chiuso le sedi cinesi, tra cui note multinazionali: Wham-O, nel settore dei giocattoli, ha aperto i nuovi stabilimenti in California e Michigan; Catrepillar in Carolina del Nord e Flextronics in Messico, e Ikea ha ridotto del 20% i suoi acquisti in Cina.
Mentre il Dragone perde competitività, c’è chi, però, attira investimenti stranieri grazie a prezzi concorrenziali: si tratta dei nuovi emergenti come Vietnam, Cambogia e Indonesia, Paesi che offrono opportunità interessanti alla stregua della Cina di qualche anno fa, seppure con una perdita in qualità dei prodotti.
martedì 19 luglio 2011
Industrie tessili in Cina avvelenano il Fiume Azzurro
Due importanti fornitori di brand occidentali, impiegati nel comparto tessile, sono accusati da Greenpeace di scaricare nel Fiume Azzurro e nel Fiume delle Perle sostanze altamente inquinanti e dannose per l’uomo.
Greenpeace ha pubblicato recentemente un rapporto dal titolo “Dirty Laundry: Unravelling the corporate connections to industrial water pollution in China” in cui lancia l’allarme inquinamento provocato da alcune industrie del tessile cinesi. Secondo le indagini dell’organizzazione ambientalista, che si sono protratte per oltre un anno, il Textile Complex di Youngor e il Well Dying Factory Ltd di Hong Kong scaricherebbero sostanze velenose in due importanti fiumi del Paese, il Fiume Azzurro e il Fiume delle Perle. Le analisi, infatti, hanno rilevato la presenza di agenti chimici, quali alchilfenoli e composti perfluorurati, che in Occidente sono proibiti. Assieme a queste, inoltre, sono stati riscontrati metalli, come cromo, rame e nichel, e composti organici, tra cui cloroformio e tertracloroetano. Tutti questi contaminanti, oltre a danneggiare l’ecosistema, provocano seri danni alla salute dell’uomo, come l’alterazione del sistema ormonale. L’allarme è ancora più grave se si considera che questi due corsi d’acqua attraversano gran parte della Cina e solo il Fiume Azzurro fornisce acqua potabile a oltre 20 milioni di abitanti.
L’accusa di Greenpeace è rivolta a due importanti fornitori cinesi delle principali multinazionali di marchi sportivi e di abbigliamento, tra cui Nike, Adidas, puma, Converse, Calvin Klein, Lacoste e Abercrombie & Fitch. Queste aziende risultano a norma in Europa e negli USA per ciò che riguarda l’utilizzo di composti tossici, ma sembra non si facciano carico dell’uso che ne viene fatto in alcuni Paesi di produzione dove i limiti non sono vincolanti, come appunto la Repubblica Popolare.
Per questo Greenpeace ha invitato, in occasione del rapporto citato, i grandi brand occidentali a imporre l’eliminazione di sostanze inquinanti negli stabilimenti cinesi; tuttavia, finora la reazione delle multinazionali coinvolte non è stata positiva: alcune delle aziende hanno negato che si faccia utilizzo di principi tossici tra i loro sussidiari e si sono dimostrate poco collaborative.
L’episodio in questione è solo uno dei tanti che si possono riscontrare in Cina, così come in altri Paesi emergenti dove le produzioni occidentali si sono imposte negli ultimi decenni. Ciò dimostra che per svariate multinazionali la presenza in alcune aree del mondo è anche motivata dal maggior livello di tolleranza e dai minori vincoli, tanto in ambito lavorativo che ambientale.
venerdì 15 luglio 2011
Moody’s tiene sotto controllo 60 società cinesi
Moody’s ha pubblicato un dossier in cui segnala che 60 società cinesi, operanti in diversi settori, presenterebbero forti rischi sulla governance e il bilancio.
Per venire incontro alle preoccupazioni di molti imprenditori nazionali ed esteri, l’agenzia di rating internazionale Moody’s, dopo aver segnalato il rischio delle banche cinesi, ora punta il dito verso alcune compagnie del Dragone. Si tratta di un gruppo di società quotate su listini internazionali di Cina, USA e UE, sulle quali Moody’s ha pubblicato un dossier in cui annuncia di averle messe sotto stretto controllo.
Queste compagnie sarebbero, infatti, a forte rischio in merito alla governance e al bilancio; in particolare, si riscontrerebbero fragilità nella governance, modelli di business poco trasparenti, cash flow di scarsa qualità, timori sulla revisione dei conti e strategie poco orientate al medio-lungo termine. I settori in cui operano le società coinvolte sono, per la maggior parte, il real estate, seguito dal campo delle energie rinnovabili. Tuttora molti analisti di mercato, tra cui la statunitense SEC, stanno valutando l’affidabilità finanziaria di tutte le compagnie cinesi quotate in borsa, al fine di rassicurare gli operatori internazionali e mettere a nudo il proprio metodo di approccio.
In questi ultimi giorni l’agenzia di rating sta monitorando con attenzione il mercato cinese, vista anche la delicata congiuntura economica della Repubblica Popolare. Solo qualche settimana fa, infatti, si era espressa negativamente sull’Outlook delle banche cinesi, coinvolte in operazioni di finanziamenti opachi che avevano portato all’indebitamento delle amministrazioni locali.
Per quanto riguarda le 60 società coinvolte in quest’ultimo dossier, Moody’s fa sapere che non ci sarà, almeno per ora, un abbassamento del rating, ma semplicemente una segnalazione attraverso l’assegnazione di bandiere rosse.
martedì 12 luglio 2011
Nestlé si espande in Cina
Nestlé vuole aprirsi la strada verso il mercato cinese ed ha avviato negoziati per l’acquisto della quota maggioritaria di Hsu fu Chi, azienda dolciaria locale.
Nestlé, azienda leader mondiale nel settore dell’agroalimentare, ha avviato una fase di espansione in Cina, Paese che negli ultimi anni ha visto aumentare la domanda di prodotti dolciari. La conquista del mercato cinese è iniziata con l’avvio dei negoziati per l’acquisizione del 60% della compagnia cinese Hsu Fu Chi, una delle maggiori aziende locali del comparto, fondata nel 1992 a Dongguan, nel Guangdong, e oggi quotata sulla piazza di Singapore. Per l’acquisto della quota maggioritaria, il colosso svizzero comprerà il 16,48% delle azioni dalla compagnia cinese ed il restante 43,52% dagli azionisti di Baring Private Equity e Arisaig, per un’offerta totale pari a 1,2 miliardi di euro, ovvero 4,35 dollari di Singapore ad azione.
La Hsu fu Chi manterrebbe comunque il 40% restante e il fondatore taiwanese Hsu Chen rimarrebbe nel consiglio di amministrazione della joint-venture. Infatti, l’azienda svizzera vuole sfruttare la popolarità del brand cinese nel Dragone ed espandersi attraverso la catena di distribuzione della stessa. Inoltre, Nestlé assicura che non porterebbe alcun tipo di cambiamento interno, ma anzi, secondo l’accordo, aggiungerà quattro nuove fabbriche e creerà16.000 nuovi posti di lavoro.
L’obiettivo dell’azienda svizzera è quello di ampliare il proprio portafoglio di brand sia locali che internazionali.
Tuttavia, l’accordo non è ancora definitivo e serviranno ancora dai tre ai cinque mesi per avere la conferma. Servono, infatti, l’approvazione del Ministero del Commercio cinese e quello della Corte delle isole Cayman, oltre che degli azionisti di Hsu Fu Chi. Non sussistono in realtà grandi difficoltà, in quanto il mercato di riferimento è un mercato di nicchia e la compagnia coinvolta è taiwanese.
Se andrà a buon fine, l’avventura di Nestlé potrebbe essere di ispirazione anche a marchi italiani del settore che vogliano espandersi nei mercati emergenti come quello cinese.
lunedì 4 luglio 2011
Più spazio alle joint-venture in Cina
Tra i diversi strumenti che si presentano oggi agli operatori stranieri interessati alla Cina, la joint-venture è tra le strategie più indicate, sia in termini di vantaggi che di riduzione dei rischi per entrambi i partner.
Investire in Cina oggi significa avviare una presenza complessa e articolata sul mercato, che si allontana sempre più dalla semplice delocalizzazione a basso costo, con cui i primi stranieri si affacciarono al Paese asiatico vent’anni fa. Oggi che l’obiettivo principale è produrre in loco per il mercato locale, o comunque vendere un prodotto di qualità realizzato all’estero, sono diverse le strategie che si presentano dinnanzi agli operatori esteri.
Tuttavia, la tendenza verso cui ci si sta orientando attualmente è quella della diminuzione delle acquisizioni per puntare maggiormente sulle joint-venture. Le prime, infatti, sono in netto calo tra le aziende europee, in quanto le imprese cinesi sono iper valutate, tanto da tenere lontane perfino le banche, e comunque non sempre in vendita da parte degli imprenditori che in pochi anni hanno avuto successo partendo da zero.
La soluzione migliore è quella, quindi, di creare una società terza per perseguire un progetto definito che porti vantaggi ad entrambi i contraenti. Da un lato, le aziende straniere hanno bisogno della produttività, e in qualche caso della liquidità delle imprese cinesi, e dall’altro, i cinesi vogliono il know-how e la qualità delle aziende estere. Sebbene fino a qualche anno fa le jv non erano le benvenute in Cina e il rischio di fallimento era quasi una certezza, ora la Repubblica Popolare ha fatto qualche passo in avanti per tutelare questa forma di collaborazione, introducendo una legislazione più efficace e attenta ai patti parasociali. I rischi di una società mista sono minori rispetto all’acquisizione, e anche gli stessi investitori stranieri hanno più spirito critico e investono nelle proprie risorse umane anziché affidarsi completamente ai cinesi.
Per quanto riguarda gli italiani, però, permane ancora una forte reticenza nel fondare una jv sino-italiana; molti imprenditori non si fidano sufficientemente dei partner cinesi e preferiscono fare di testa propria, con conseguenti fallimenti.
lunedì 27 giugno 2011
Possibili investimenti diretti esteri in yuan
Secondo un comunicato della Banca Centrale, presto gli investimenti stranieri in Cina potrebbero essere denominati in valuta locale.
Un recente report della Banca Centrale cinese ha annunciato una probabile svolta per gli investimenti diretti esteri nella Repubblica Popolare: Pechino potrebbe, infatti, varare alcune norme che permetterebbero alle società straniere di investire nel Paese asiatico direttamente in yuan. Attualmente gli investimenti in valuta locale sono in fase sperimentale, ovvero sono possibili ma devono essere approvati uno ad uno da un comitato ad hoc.
Con le nuove regole, invece, si darebbe l’opportunità alle compagnie estere, di cui molte hanno già accumulato negli ultimi anni riserve in yuan in attesa di una sua rivalutazione, di finanziare in valuta cinese la costituzione di società, le acquisizioni, l’aumento di quote nelle sussidiarie e i prestiti. Sono esclusi da queste operazioni alcuni investimenti nei settori considerati strategici per l’economia locale.
Con questi cambiamenti, di fatto la Cina punta ad internazionalizzare lo yuan e a favorire il rientro di capitali accumulati oltreconfine. Lo yuan circola già all’estero grazie ad accordi speciali con nazioni straniere, tra cui accordi di swap di valuta per facilitarne la conversione e progetti per scambi commerciali in yuan. Se anche gli IDE, quindi, fossero effettuabili in yuan, è probabile che si potenzierà l’emissione di bond in renminbi e si darà il via a finanziamenti di altro tipo nella moneta cinese.
lunedì 6 giugno 2011
Assicurazione obbligatoria per i lavoratori in Cina
Dal prossimo 1 luglio una legge estenderà la previdenza sociale ai lavoratori stranieri in Cina, con conseguente aumento dei costi per le aziende con sede nel Paese asiatico.
Sebbene non sia ancora chiaro in che modo entrerà in vigore, dal primo luglio sembra che la Cina introdurrà la sua prima legge in ambito sociale, frutto di un provvedimento approvato lo scorso ottobre. Secondo quanto dichiarato dal Ministero cinese delle Risorse Umane e della Previdenza Sociale, infatti, i lavoratori stranieri della Repubblica Popolare saranno obbligati a dotarsi di un’assicurazione e, quindi, le aziende presso cui lavorano dovranno pagare un contributo, non si sa bene se obbligatorio o volontario, pe l’assistenza medica statale, le pensioni, gli infortuni sul lavoro, i sussidi di disoccupazione e la maternità.
La normativa riguarderà circa 600 mila individui che lavorano attualmente nel Dragone e si stima che, per le aziende, la legge comporterà una spesa di 200 dollari al mese per dipendente, che andrà a sommarsi ai costi di produzione.
Ciò significa che, con l’aumento generalizzato dei salari dello scorso autunno, questa novità inciderà non poco sulla convenienza delle aziende straniere a delocalizzare in Cina. Già da tempo, infatti, i movimenti sociali che stanno interessando il Paese asiatico fanno pensare ad un cambiamento significativo nel mondo del lavoro del Dragone, in particolare per ciò che riguarda la manodopera basso costo. Nel giro di qualche anno, infatti, è probabile che la Repubblica Popolare riesca ad attirare investimenti stranieri non tanto per i costi contenuti, ma sempre più per la grande domanda e la capacità produttiva.
venerdì 20 maggio 2011
In calo gli investimenti diretti esteri in Cina
Ad aprile hanno finalmente subito un calo gli investimenti diretti esteri in Cina, fermatisi a 8,46 miliardi di dollari con un incremento tendenziale del 15,2%.
Rispetto ai primi mesi del 2011, gli investimenti diretti esteri hanno subito un certo rallentamento, infatti fino a marzo in Cina è entrata una quota di investimenti pari 38,8 miliardi di dollari, in rialzo del 26% su base annuale, mentre ora l’afflusso appare in diminuzione.
Due i fattori che hanno inciso sulla scelta della Cina per investire: il primo riguarda il sostenuto ritmo di crescita dell’economia cinese, mentre il secondo prende in causa l’aspettativa di un sempre maggiore apprezzamento dello yuan, difatti entrambi i fattori promettono grossi ritorni agli investitori esteri.
Questa situazione tuttavia non ha giovato all’economia cinese, la cui salute è minata da una crescente inflazione, al punto che l’indice dei prezzi al consumo ad aprile ha raggiunto il 5,3%, dunque si è attestato al di sopra della soglia mensile del 4% fissata per il 2011 dal premier Wen Jiabao .
Numerosi i tentativi da parte dell’autorità cinesi per far defluire l’eccessiva liquidità in circolazione nel sistema, operazioni che ad aprile sembrano aver dato i propri frutti.
Principalmente le mosse adottate hanno riguardato l’innalzamento dei requisiti di riserva obbligatoria delle banche e dei tassi di interesse della People’s Bank of China.
Inoltre, il governo incoraggia le imprese cinesi a investire all’estero e, nei primi quattro mesi del 2011, tali investimenti non finanziari hanno raggiunto la quota di 13,4 miliardi con un rialzo del 17,5% su base annua.
venerdì 8 aprile 2011
La Cina limita le acquisizioni straniere
Una normativa del marzo scorso emanata dal Ministero del Commercio Cinese introduce forti limitazioni alle operazioni di multinazionali e fondi internazionali di alcuni settori strategici come i macchinari e l’agroalimentare.
Se, da un lato La Repubblica Popolare Cinese si sta espandendo a livello internazionale nei nuovi Paesi emergenti, dall’altro inizia a regolare l’accesso degli stranieri al proprio mercato. Il 5 marzo scorso, infatti, il Ministero del Commercio cinese ha introdotto una nuova norma che regola, di fatto, l’acquisizione di aziende cinesi da parte dei grandi Gruppi e multinazionali straniere. La legge, che dovrà essere poi integrata dai consueti regolamenti applicativi e che quindi ora lascia un certo margine di interpretazione, prevede la richiesta di una autorizzazione preventiva per le operazioni ritenute minacciose per la stabilità o sicurezza del Paese o che prevedono la cessione di tecnologie strategiche.
Nello specifico, i settori che sono coinvolti risultano essere: l’industria, l’energia, le telecomunicazioni, i trasporti, l’agricoltura e i macchinari, ambiti, questi ultimi, particolarmente gettonati dagli investimenti stranieri. Per i controlli dei singoli casi è, inoltre, prevista la costituzione di una apposita commissione composta da membri di vari Ministeri.
Non tutti i tipi di investimenti saranno oggetto di tale novità, ma solo quelli delle multinazionali e dei fondi internazionali che vedranno, quindi, innalzare i costi delle operazioni estere in Cina. Tra i primi casi che risultano aver visto applicare la legge in oggetto c’è la Coca-Cola, la cui acquisizione di un produttore locale di succhi di frutta è stata bloccata dal governo cinese.
Al momento, gli investitori italiani non sono eccessivamente colpiti dalla normativa, in quanto non ci sono Gruppi industriali che possano fare grandi acquisizioni nel Paese asiatico. Inoltre, per alcuni settori, come quello della meccanica, le attività imprenditoriali italiane e cinesi risultano essere complementari e quindi le operazioni tricolore non vengono ostacolate.
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