Rallentamento o semplice pausa? Economisti ed esperti internazionali concordano sul fatto che l’economia cinese farà da volano per la ripresa economica mondiale nei prossimi anni puntando a diventare la prima economia mondiale nel giro di poco tempo.
L’economia cinese ha risentito della crisi globale in atto, ma nonostante i segni di debolezza mostrati all’inizio dell’anno, la sua crescita è rimasta vicina all’8% nel secondo semestre con lo yuan che si è rafforzato del 6% nei confronti dell’euro.
Si sa che, grazie a una forte crescita economica superiore al 9% nel 2011 e col suo miliardo abbondante di abitanti, la Repubblica Popolare Cinese si appresta nel giro di pochi anni a diventare la prima economia mondiale davanti agli Stati Uniti.
Un percorso che si materializzerà nel tempo. Andiamo a vedere come.
È risaputo che l’arma vincente del Dragone sono i costi da sfruttamento della manodopera per sostenere le proprie esportazioni cinesi, che il resto del mondo non può permettersi. Ciò, se da un lato porta sul piano monetario al fatto che lo yuan sia oggi altamente svalutato nei confronti del dollaro, allo stesso tempo fa comodo alle autorità economiche e monetarie cinesi che si approvvigionano di dollari a basso costo per poi comperare sul mercato il petrolio, o in ogni caso materie prime.
Il governo americano da tempo sta chiedendo a Pechino di rivalutare lo yuan rispetto al dollaro, ma finora i risultati sono stati abbastanza deludenti. Lo stesso governo evidenzia che le autorità cinesi hanno ridotto sensibilmente il grado di intervento ufficiale sul cambio dal terzo trimestre del 2011 ad oggi, ma il livello della moneta asiatica sul mercato dei cambi è ritenuto ancora da Washington assai svalutato. Negli ultimi dieci mesi lo yuan si è apprezzato infatti del 9% in termini reali e provoca sempre più l’attrattiva degli investitori.
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venerdì 7 dicembre 2012
mercoledì 26 settembre 2012
La guerra delle valute
Dallo scorso 6 settembre la Cina ha iniziato a utilizzare lo yuan nella compravendita di petrolio proveniente dalla Russia. Il dollaro quindi, perlomeno in relazione ai rapporti petroliferi cino-russi, sembra estromesso.
La guerra delle valute annunciata lo scorso fine settimana dal ministro della finanze brasiliano potrebbe essere solo all’inizio. La Repubblica Popolare Cinese, infatti, ha comunicato che dal 6 settembre ha iniziato a utilizzare direttamente lo yuan nella compravendita di petrolio proveniente dalla Russia.
Siamo quindi di fronte a una possibile messa in discussione di quello che è l’ordine mondiale attuale, con gli Usa che potrebbero veder vacillare il loro ruolo di superpotenza basato sull’artificioso predominio del dollaro. La domanda che gli analisti si pongono ora riguarda quelle che potranno essere le reazioni degli americani dinanzi a questa mossa di Pechino.
“La decisione della Cina di pagare in yuan le forniture di petrolio provenienti dalla Russia, che ha accettato di buon grado, rispondendo che le risorse a di oro nero a favore del partner asiatico saranno illimitate, benché poco reclamizzata dai media, potrebbe essere l'alba di un nuovo ordine valutario mondiale dove il dollaro potrebbe progressivamente perdere il proprio ruolo centrale - spiega Gabriele Vedani, managing director di Fxcm Italia -. Non dimentichiamo infatti che il bene di gran lunga più scambiato oggi al mondo è proprio il petrolio. Potenzialmente devastante per il biglietto verde con effetti difficilmente reversibili nel medio/lungo termine”.
L’annuncio dell’abbandono del dollaro negli scambi petroliferi cino-russi potrebbe essere una semplice mossa cinese per rilanciare la domanda interna. Ma c’è dell’altro. Potrebbe esserci infatti dietro a ciò un progetto fondato sul futuro ruolo che lo yuan potrebbe avere come unica valuta imposta da Pechino per gli scambi internazionali.
La guerra delle valute annunciata lo scorso fine settimana dal ministro della finanze brasiliano potrebbe essere solo all’inizio. La Repubblica Popolare Cinese, infatti, ha comunicato che dal 6 settembre ha iniziato a utilizzare direttamente lo yuan nella compravendita di petrolio proveniente dalla Russia.
Siamo quindi di fronte a una possibile messa in discussione di quello che è l’ordine mondiale attuale, con gli Usa che potrebbero veder vacillare il loro ruolo di superpotenza basato sull’artificioso predominio del dollaro. La domanda che gli analisti si pongono ora riguarda quelle che potranno essere le reazioni degli americani dinanzi a questa mossa di Pechino.
“La decisione della Cina di pagare in yuan le forniture di petrolio provenienti dalla Russia, che ha accettato di buon grado, rispondendo che le risorse a di oro nero a favore del partner asiatico saranno illimitate, benché poco reclamizzata dai media, potrebbe essere l'alba di un nuovo ordine valutario mondiale dove il dollaro potrebbe progressivamente perdere il proprio ruolo centrale - spiega Gabriele Vedani, managing director di Fxcm Italia -. Non dimentichiamo infatti che il bene di gran lunga più scambiato oggi al mondo è proprio il petrolio. Potenzialmente devastante per il biglietto verde con effetti difficilmente reversibili nel medio/lungo termine”.
L’annuncio dell’abbandono del dollaro negli scambi petroliferi cino-russi potrebbe essere una semplice mossa cinese per rilanciare la domanda interna. Ma c’è dell’altro. Potrebbe esserci infatti dietro a ciò un progetto fondato sul futuro ruolo che lo yuan potrebbe avere come unica valuta imposta da Pechino per gli scambi internazionali.
martedì 29 novembre 2011
Il CIC investirà nelle infrastrutture di Europa e USA
La Cina investirà capitale in Europa e negli Stati Uniti già dal prossimo anno: il CIC è interessato alle infrastrutture occidentali mentre il governo di Pechino comprerà asset di Paesi europei.
In un editoriale del Financial Times, il presidente di China Investment Corporation Lou Jiwei ha annunciato che il Fondo Sovrano cinese, che dispone oggi di riserve per oltre 400 miliardi di dollari, investirà nelle infrastrutture europee e statunitensi. Obiettivo degli investitori cinesi, infatti, è quello di diversificare il più possibile: se prima le operazioni all’estero li coinvolgevano solo in qualità di fornitori, oggi desiderano partecipare attivamente ai progetti e al loro sviluppo.
Il CIC è una realtà basata su principi commerciali ed economici ed è slegata dai piani governativi, motivo per cui non ne segue le dinamiche politiche; tuttavia, gli investimenti che ricerca sono necessariamente ad alta redditività e a rischi contenuti. Per questo, al momento risultano esclusi dai piani di investimento del Dragone i Paesi europei fortemente indebitati. La prima destinazione degli investimenti del Fondo sarà il Regno Unito, dove il CIC collaborerà con i gestori di fondi o investendo direttamente nel settore delle infrastrutture.
Il governo di Pechino, nel frattempo, ha dichiarato di essere interessato ad acquistare asset europei e già dall’anno prossimo invierà una delegazione di investitori cinesi in Europa per comprare aziende europee, promuovendo così il commercio e gli investimenti bilaterali. Il ministro del Commercio cinese Cheng Deming, però, chiarisce che l’Europa deve compiere alcuni passi, tra cui eliminare gli ostacoli normativi per l’entrata di capitale cinese e fronteggiare la crisi del debito. In cambio, la Repubblica Popolare aprirà alle imprese europee, soprattutto in campo finanziario.
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giovedì 24 novembre 2011
Cina: vicino il libero scambio con Giappone e Corea
Pechino accelera i tempi per poter avviare già il prossimo anno un’area di libero scambio con il Giappone e la Corea del Sud e difendersi così dagli Stati Uniti.
Lo studio di fattibilità per una zona di libero scambio tra Cina, Giappone e Corea del Sud era già stato concordato nel gennaio 2010, ma ora sembra ci sia stata una certa spinta ad accelerare i tempi da parte del premier cinese, Wen Jiabao. Pechino, infatti, ha richiesto che gli studi congiunti dei tre governi vengano conclusi entro la fine dell’anno, in modo da poter avviare i negoziati per l’istituzione dell’area commerciale già il prossimo anno.
L’interesse per la conclusione dei lavori potrebbe essere stato provocato dal recente intervento degli Stati Uniti in Australia per intensificare il ruolo della potenza economica nella regione Asia-Pacifico e per creare un’area di libero scambio Transpacifico, senza aver interpellato la Cina. Tuttavia, gli USA hanno dichiarato di voler garantire la libertà di navigazione e degli scambi commerciali nel Mare del Sud della Cina e di voler rimanere neutrali rispetto alle dispute che coinvolgono il Dragone e i Paesi vicini.
Nonostante queste voci, comunque, Stati Uniti e Cina si sono confrontati più volte in occasione del sesto vertice dell’Asia orientale a Bali, confermando la reciproca intenzione di cooperare tra loro in modo costruttivo.
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martedì 15 novembre 2011
Importante dialogo tra Cina e USA
In apertura del vertice Apec i due presidenti dei giganti Cina e Stati Uniti hanno avviato un importante dialogo bilaterale.
In occasione dell’apertura dei lavori per il vertice Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation) alle Hawaii, Barack Obama e Hu Jintao si sono incontrati per discutere alcune questioni fondamentali che riguardano I Paesi che rappresentano. Si tratta del nono appuntamento tra i due presidenti, ancora più importante viste le prossime elezioni americane e la riconferma della leadership cinese. Nel primo caso, infatti, la diplomazia statunitense sta cercando di mantenere buoni rapporti con la Repubblica Popolare, cercando di dissipare le incomprensioni passate. Le autorità cinesi, invece, osservano con una certa diffidenza i movimenti degli USA, che cercano di farsi strada in Asia anche avviando partnership con gli storici nemici de Dragone, quali Giappone, India e Vietnam.
In particolare, gli Stati Uniti insistono sulla questione della rivalutazione dello yuan: gli USA premono per un suo maggiore apprezzamento perché altrimenti le aziende americane vengono danneggiate, mentre la Cina ribadisce ancora una volta che le difficoltà americane (deficit commerciale e debolezza del mercato del lavoro) non sono causate dalla valuta cinese. Hu, inoltre, ha dichiarato che una delle priorità della Repubblica Popolare su questo fronte è quella di rinnovare il sistema di cambi, orientandosi verso un meccanismo più controllato, che guardi al mercato e che sia basato su un paniere di valute.
Obama e Jintao, infine, hanno parlato anche della questione Iran, fonte di preoccupazione per ciò che riguarda la politica nucleare. La necessità è quella di creare un fronte comune, assieme alla Russia, per muoversi con cautela ma in modo deciso nei confronti di Tehran. Tuttavia, Cina e Russia si sono dichiarate contrarie, diversamente dagli USA, all’applicazione di sanzioni severe.
giovedì 9 giugno 2011
Export: la Cina deve adeguarsi agli standard internazionali
L’Unione Europea impone duri limiti alle merci provenienti dalla Cina; il Dragone ora dovrà adeguarsi a misure anti-dumping e a standard di sicurezza internazionali.
Frequentemente la Cina viene accusata da Ue e altri Paesi occidentali di esportare beni non a norma, sia da un punto di vista qualitativo che di logiche commerciali. In qualità di seconda economia mondiale, la Repubblica Popolare, però, dovrà ora pensare a qualche forma di adeguamento, tendenza che sembra già in atto.
Nel settore della carta, un provvedimento è stato preso dall’Unione Europea: verranno infatti imposti dei dazi compensativi per cinque anni sull’importazione della carta patinata dalla Cina. Da anni, infatti, il Dragone esporta carta di alta qualità a prezzi molto bassi, facilitando così l’acquisto della merce. Sebbene la Ue importi carta cinese per pochi milioni di euro (nel 2009 erano 130 milioni), ora ha deciso di intervenire con una politica di dazi, in seguito alla segnalazione della Cepifine (associazione europea dei produttori di carta di qualità). Tale provvedimento nei confronti della carta cinese è, peraltro, già in vigore da tre anni da parte degli Stati Uniti.
Diversa la questione per quanto riguarda i giocattoli cinesi: i prodotti per bambini, infatti, sono risultato positivi ai test di sicurezza, che hanno rilevato tracce di sostanze chimiche dannose per pelle, fegato e reni. I giocattoli del Dragone, quindi, devono ora adeguarsi agli standard internazionali, che prevedono l’adesione alla certificazione ISO 8124 per le funzioni meccaniche, la combustione e le sostanze chimiche. In particolare, molta attenzione dovrà essere fatta sull’utilizzo di ftalati, su cui Unione Europea e Stati Uniti hanno imposto molti limiti. Pechino ha dichiarato che si adeguerà alle normative fissando gli stessi limiti dell’Europa, iniziando dalle tettarelle in plastica dei biberon.
L’adeguamento della Cina permetterà agli operatori commerciali di avere più garanzie sui prodotti importati dal Paese asiatico e di poter commerciare nel pieno rispetto delle regole internazionali.
lunedì 16 maggio 2011
Accordo di cooperazione tra Cina e USA
Si sono conclusi con un accordo di cooperazione strategica commerciale i due giorni di colloqui economici che hanno visto impegnati la Cina e gli Stati Uniti.
Quattro le aree trattate dal documento siglato dal vice premier cinese Wang Qishan e dal segretario del Tesoro americano Timothy Geithner: macroeconomia, servizi finanziari, commercio, e investimenti ed infine cooperazione internazionale.
Senza risposte concrete sono invece rimasti alcuni temi spinosi che riguardano il rapporto tra le due potenze economiche, infatti nell’accordo non si parla dell’accesso al mercato americano da parte di aziende cinesi, del protezionismo e dell’apprezzamento dello yuan.
A tal proposito i due firmatari hanno però rilasciato delle dichiarazioni dal gusto un po’ polemico.
Per primo Wang ha auspicato che “gli Usa riconoscano la Cina come un’economia di mercato; allentino i controlli sulle esportazioni di articoli high tech e assicurino un trattamento equo alle compagnie cinesi che vogliono investire in America”; il vice premier cinese è consapevole che si tratta di un processo lungo, ma ha affermato che ormai “è tempo che questi problemi trovino una soluzione”.
In risposta Geithner ha esposto una serie di lamentele sul protezionismo esercitato dal governo cinese a favore delle aziende nazionali, sul furto di proprietà intellettuale e sull’uso di software contraffatti; ma ciò che preme di più al governo americano è il tema dell’apprezzamento dello yuan, nonché l’aumento del tasso di interesse.
Conclusi i colloqui, non si sono placate le polemiche, infatti numerose dichiarazioni sono state diffuse nei giorni successivi attraverso i media.
giovedì 3 febbraio 2011
La Cina investe nella green economy
La Repubblica Popolare Cinese vuole ridurre la dipendenza dell’industria locale dal know-how straniero e per questo annuncia grandi investimenti in ricerca e sviluppo e tecnologie all’avanguardia.
Sarà green economy la parola d’ordine della Cina per i prossimi anni: il portavoce del Ministro dell’Industria e dell’Innovazione cinese, infatti, ha annunciato, nei giorni scorsi, che il governo finanzierà lo sviluppo di nuove tecnologie in ambito energetico e industriale. Fonti pulite, auto elettriche, tecnologia mobile di ultima generazione, semiconduttori e biotecnologie sono i progetti per cui verranno stanziati i maggiori investimenti, allo scopo di creare nuove occasioni di business.
A sostenere la politica cinese, si sono mosse anche le principali istituzioni internazionali: il 3 dicembre scorso, infatti, Pechino ha firmato il Climate Change Framework Loan II con la Banca Europea degli Investimenti; si tratta di un piano di finanziamento che impegna la Cina a ridurre le emissioni di CO2 e a sviluppare le energie pulite e per il quale ha, quindi, ottenuto un contributo di 500 milioni di euro.
Infatti, con l’implementazione della green economy, la Cina potrà incentivare l’attenzione per l’ambiente, grazie ad una nuova politica di risparmio energetico e alla moderazione dell’impatto dell’industria del carbone e sarà, inoltre, in grado di ridurre notevolmente la sua dipendenza dai Paesi esteri per il rifornimento di carburante e fonti energetiche.
Con questi obiettivi, in linea con la tendenza globale di promozione delle energie pulite, il Dragone spera di migliorare e consolidare i rapporti con i maggiori Paesi occidentali, soprattutto con gli Stati Uniti. Tuttavia, i sussidi governativi annunciati dalla Cina, non fanno che preoccupare ulteriormente Washington: gli USA, infatti, ritengono che le misure intraprese dal Paese asiatico, in particolare nel comparto eolico e fotovoltaico, violino gli accordi di libero commercio dell’Organizzazione mondiale del Commercio e che possano togliere opportunità di lavoro e di profitto alle aziende occidentali impegnate nello sviluppo di nuove tecnologie.
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mercoledì 19 gennaio 2011
Incontro storico tra Hu Jintao e Obama a Washington
In questi giorni a Washington si terrà la visita della delegazione cinese negli USA, un evento di grande importanza a livello globale in quanto rappresenta la volontà di incontro di quelle che sono oggi le due potenze mondiali con la maggior influenza
Sono ancora in corso gli incontri previsti tra la delegazione cinese negli Usa e i funzionari statunitensi in questi giorni. Il 18 gennaio scorso si è tenuta la prima cena di Stato, dopo 13 anni, tra il presidente cinese, Hu Jintao, e quello americano, Barack Obama, evento significativo che sottolinea l’importanza attribuita dagli americani alla Repubblica Popolare. Nella stessa giornata la delegazione cinese, composta da 120 funzionari e uomini d’affari, ha firmato a Huston alcuni accordi commerciali per 600 milioni di dollari nei settori del cotone, della meccanica e dell’energia rinnovabile e altri accordi economici seguiranno nei prossimi giorni a Boston, Chicago, Minneapolis e altre città. Oggi, 19 gennaio, invece, si svolgerà l’attesissimo incontro tra i due Presidenti, che toccherà diversi punti di reciproco interesse: dalla rivalutazione dello yuan ai dazi commerciali e rapporti esteri.
Si tratta, probabilmente, dell’appuntamento più significativo per un leader cinese degli ultimi 30 anni, il cui rilievo è ancora maggiore se si considerano le attuali difficili relazioni tra i due Paesi: numerosi sono i punti di disaccordo nell’ambito degli affari, dell’economia, del mondo finanziario e monetario e delle strategie militari. Proprio per questo le decisioni che verranno prese in questi giorni determineranno il nuovo scenario economico-politico per i prossimi anni. Analogamente, in campo commerciale sussistono diversi squilibri, dato che la Cina detiene un surplus commerciale sugli Stati Uniti pari a 181 miliardi di dollari.
Due sono le questioni fondamentale che verranno quindi discusse durante gli incontri: le concessioni economiche e le concessioni politiche. Per ciò che concerne il primo punto, molte sono le pressioni sul Dragone affinché apprezzi la valuta ed elimini i vincoli alle importazioni, che hanno causato un sostanziale abbassamento dell’export americano. Tuttavia, anche la Cina si aspetta che gli USA facciano concessioni sul tasso di cambio e sul sistema di commercio estero, concedendo trattamenti di favore per le esportazioni cinesi.
Per quanto riguarda il piano politico, la questione è più complicata. Gli americani vorrebbero che Hu Jintao diminuisse il proprio peso e aprisse le porte alla politica americana su questioni quali il programma nucleare iraniano, la Corea del Nord e la questione pakistana.
martedì 7 dicembre 2010
La guerra valutaria tra Cina e Usa
Sebbene possa creare effetti inflattivi in altri Paesi, gli Stati Uniti sono decisi a mantenere l’attuale politica monetaria e la Cina dichiara che consentirà l’apprezzamento dello yuan secondo “i propri tempi”.
Lo scorso 5 dicembre, durante il programma televisivo CBS “60 Minuti”, Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve (Fed) Usa, è intervenuto criticando la politica cinese, relativamente alla decisione di mantenere sottostimato lo yuan. Mentre Ma Delun, vicegovernatore della Banca del popolo di Cina (Bpc), in novembre, aveva dichiarato che la decisione della Fed di comprare titoli di Stato, per sostenere il fragile recupero dell’economia Usa “può creare rischi addizionali all’equilibrio dell’economia globale, può causare pressione sui mercati emergenti per adeguarsi alla bilancia internazionale dei pagamenti e anche favorire la creazione di bolle inflazionistiche”.
Bernanke, sempre in occasione dell’intervista alla CBS, ha indirettamente risposto: “Tenere la valuta cinese troppo bassa è negativo per l’economia Usa, perché danneggia il nostro commercio. E’ male anche per le altre economie emergenti”.
Sebbene il ruolo di grande potenza economica, che ora è proprio anche della Cina, richieda che il Dragone adatti la propria valuta alle leggi di mercato, Pechino la mantiene sottostimata, al fine di favorire le esportazioni, a scapito dell’industria degli altri Paesi. La Cina promette dal 1993 che consentirà la piena convertibilità dello yuan, ma ribadisce che questo avverrà in modo graduale. Considerata tale ostinazione, la nuova politica della Fed è considerata da molti esperti come un provvedimento strategico, un modo per costringere la Cina a rivedere la sua decisione: per evitare l’inflazione “importata” dagli Usa e scongiurare l’insorgere di proteste di piazza, la Cina dovrebbe ridurre la propria crescita economica - ipotesi che però non rientra certo nei progetti di Pechino – oppure, in alternativa, rivalutare lo yuan.
Lo scorso 5 dicembre, durante il programma televisivo CBS “60 Minuti”, Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve (Fed) Usa, è intervenuto criticando la politica cinese, relativamente alla decisione di mantenere sottostimato lo yuan. Mentre Ma Delun, vicegovernatore della Banca del popolo di Cina (Bpc), in novembre, aveva dichiarato che la decisione della Fed di comprare titoli di Stato, per sostenere il fragile recupero dell’economia Usa “può creare rischi addizionali all’equilibrio dell’economia globale, può causare pressione sui mercati emergenti per adeguarsi alla bilancia internazionale dei pagamenti e anche favorire la creazione di bolle inflazionistiche”.
Bernanke, sempre in occasione dell’intervista alla CBS, ha indirettamente risposto: “Tenere la valuta cinese troppo bassa è negativo per l’economia Usa, perché danneggia il nostro commercio. E’ male anche per le altre economie emergenti”.
Sebbene il ruolo di grande potenza economica, che ora è proprio anche della Cina, richieda che il Dragone adatti la propria valuta alle leggi di mercato, Pechino la mantiene sottostimata, al fine di favorire le esportazioni, a scapito dell’industria degli altri Paesi. La Cina promette dal 1993 che consentirà la piena convertibilità dello yuan, ma ribadisce che questo avverrà in modo graduale. Considerata tale ostinazione, la nuova politica della Fed è considerata da molti esperti come un provvedimento strategico, un modo per costringere la Cina a rivedere la sua decisione: per evitare l’inflazione “importata” dagli Usa e scongiurare l’insorgere di proteste di piazza, la Cina dovrebbe ridurre la propria crescita economica - ipotesi che però non rientra certo nei progetti di Pechino – oppure, in alternativa, rivalutare lo yuan.
giovedì 21 ottobre 2010
Preoccupazioni dalla Cina per i rifornimenti di terre rare
Il Paese asiatico è al centro delle polemiche per aver dichiarato nei giorni scorsi di voler ridurre le esportazioni di terre rare. Nonostante la smentita ufficiale, si sono avviate delle indagini per violazione delle regole del WTO.
Sono confuse le voci riguardanti le decisioni di Pechino in merito alle terre rare. Martedì scorso, infatti, il China Daily e il Wall Streer Journal avevano riportato la notizia riguardante la possibilità di riduzione fino al 30% nel 2011 delle esportazioni dei mineali verso Stati Uniti ed Europa. Ciò aveva particolarmente allarmato le aziende occidentali, dato che per terre rare si indicano 17 metalli dalle caratteristiche magnetiche, indispensabili per le produzioni all’avanguardia come auto ibride, turbine eoliche, armamenti e high tech. La Cina è il primo fornitore mondiale di tali metalli e, infatti, detiene il 95% della produzione di beni ottenuti con questi materiali.
E’ arrivata, tuttavia, nelle ultime ore la smentita da parte delle autorità di Pechino, le quali rassicurano sul fatto che il Paese continuerà a rifornire le aziende internazionali. Nonostante ciò, la preoccupazione rimane: già nei primi sei mesi del 2010 la Cina ha ridotto del 72% le esportazioni, penalizzando soprattutto il Giappone, e i prezzi sono saliti con percentuali tra il 22% e il 720%. Inoltre, si stima che le riserve cinesi di terre rare potrebbero esaurirsi nel giro di 15-20 anni; basti pensare che nel 2009 i giacimenti sono arrivati a 27 milioni di tonnellate, quando solo nel 1996 ammontavano a 43 milioni.
Le mosse della Cina sono intanto sotto indagine per sospetto di violazione delle regole del WTO: si pensa, infatti, che un’eventuale riduzione o blocco delle esportazioni nel settore abbia come obiettivo lo spostamento delle multinazionali occidentali nelle aree cinesi dove abbondano le terre rare, con conseguente rischio di spionaggio industriale. Tutto questo si aggiunge all’altra inchiesta in corso, avviata dagli Stati Uniti nei giorni scorsi per verificare gli incentivi statali forniti da Pechino alle aziende esportatrici nel campo delle energie rinnovabili.
Sono confuse le voci riguardanti le decisioni di Pechino in merito alle terre rare. Martedì scorso, infatti, il China Daily e il Wall Streer Journal avevano riportato la notizia riguardante la possibilità di riduzione fino al 30% nel 2011 delle esportazioni dei mineali verso Stati Uniti ed Europa. Ciò aveva particolarmente allarmato le aziende occidentali, dato che per terre rare si indicano 17 metalli dalle caratteristiche magnetiche, indispensabili per le produzioni all’avanguardia come auto ibride, turbine eoliche, armamenti e high tech. La Cina è il primo fornitore mondiale di tali metalli e, infatti, detiene il 95% della produzione di beni ottenuti con questi materiali.
E’ arrivata, tuttavia, nelle ultime ore la smentita da parte delle autorità di Pechino, le quali rassicurano sul fatto che il Paese continuerà a rifornire le aziende internazionali. Nonostante ciò, la preoccupazione rimane: già nei primi sei mesi del 2010 la Cina ha ridotto del 72% le esportazioni, penalizzando soprattutto il Giappone, e i prezzi sono saliti con percentuali tra il 22% e il 720%. Inoltre, si stima che le riserve cinesi di terre rare potrebbero esaurirsi nel giro di 15-20 anni; basti pensare che nel 2009 i giacimenti sono arrivati a 27 milioni di tonnellate, quando solo nel 1996 ammontavano a 43 milioni.
Le mosse della Cina sono intanto sotto indagine per sospetto di violazione delle regole del WTO: si pensa, infatti, che un’eventuale riduzione o blocco delle esportazioni nel settore abbia come obiettivo lo spostamento delle multinazionali occidentali nelle aree cinesi dove abbondano le terre rare, con conseguente rischio di spionaggio industriale. Tutto questo si aggiunge all’altra inchiesta in corso, avviata dagli Stati Uniti nei giorni scorsi per verificare gli incentivi statali forniti da Pechino alle aziende esportatrici nel campo delle energie rinnovabili.
giovedì 16 settembre 2010
Nuovo record storico per lo yuan
Martedì 14 settembre scorso La People’s Bank of China ha fissato il tasso di parità centrale sul dollaro ad un livello inferiore rispetto ai giorni precedenti, portando così la valuta cinese a 6,7435 nei confronti del dollaro, un record assoluto.
Il cambio di riferimento è avvenuto alla vigilia dell’incontro della commissione della House of Representatives USA che tra ieri ed oggi ha presentato le proprie considerazioni sul caso yuan valutando eventuali sanzioni commerciali; tali audizioni si concluderanno successivamente con la presa di posizione sulla politica monetaria cinese da parte dell’Amministrazione Obama tramite il Ministro del Tesoro Tim Geithner.
La questione dell’apprezzamento dello yuan ha aperto un lungo contenzioso tra Cina e Stati Uniti: la valuta sottostimata garantisce a Pechino enormi vantaggi nell’export e nello stesso tempo sfavorisce l’ingresso delle merci straniere, in particolare quelle americane per cui il mercato cinese è una grande risorsa. La soluzione sembrava essere giunta quando il 19 giugno scorso la moneta asiatica venne sganciata dal dollaro americano per permettere una maggior flessibilità nei cambi; tuttavia lo yuan, dopo un’iniziale ascesa, si è rivalutato sino ad oggi solo dell’1,2% nei confronti del biglietto verde e si è inoltre svalutato dell’1% sempre nei confronti del dollaro. Per Pechino ciò significa ancora una forte indipendenza dell’economia cinese che rimane altamente competitiva nel commercio internazionale, tanto che gli USA accusano la Cina di aver forzatamente mantenuto una linea protezionistica.
Le ripercussioni sulla questione valutaria cinese non ricadono esclusivamente sugli Stati Uniti, quindi, ma coinvolgono tutte le economie mondiali, Europa in primis, che dovrà ancora confrontarsi con elevate barriere all’entrata nel mercato cinese e beni provenienti dalla Cina altamente competitivi nel prezzo.
Il cambio di riferimento è avvenuto alla vigilia dell’incontro della commissione della House of Representatives USA che tra ieri ed oggi ha presentato le proprie considerazioni sul caso yuan valutando eventuali sanzioni commerciali; tali audizioni si concluderanno successivamente con la presa di posizione sulla politica monetaria cinese da parte dell’Amministrazione Obama tramite il Ministro del Tesoro Tim Geithner.
La questione dell’apprezzamento dello yuan ha aperto un lungo contenzioso tra Cina e Stati Uniti: la valuta sottostimata garantisce a Pechino enormi vantaggi nell’export e nello stesso tempo sfavorisce l’ingresso delle merci straniere, in particolare quelle americane per cui il mercato cinese è una grande risorsa. La soluzione sembrava essere giunta quando il 19 giugno scorso la moneta asiatica venne sganciata dal dollaro americano per permettere una maggior flessibilità nei cambi; tuttavia lo yuan, dopo un’iniziale ascesa, si è rivalutato sino ad oggi solo dell’1,2% nei confronti del biglietto verde e si è inoltre svalutato dell’1% sempre nei confronti del dollaro. Per Pechino ciò significa ancora una forte indipendenza dell’economia cinese che rimane altamente competitiva nel commercio internazionale, tanto che gli USA accusano la Cina di aver forzatamente mantenuto una linea protezionistica.
Le ripercussioni sulla questione valutaria cinese non ricadono esclusivamente sugli Stati Uniti, quindi, ma coinvolgono tutte le economie mondiali, Europa in primis, che dovrà ancora confrontarsi con elevate barriere all’entrata nel mercato cinese e beni provenienti dalla Cina altamente competitivi nel prezzo.
mercoledì 11 agosto 2010
In Cina la frenata dell’import fa aumentare il surplus commerciale
In luglio il surplus commerciale cinese è aumentato di 28,7 miliardi di dollari, segnando così il record assoluto degli ultimi 18 mesi e provocando un balzo del 180% rispetto ad un anno fa. Il risultato commerciale è stato provocato da una moderata crescita, rispetto a giugno, delle esportazioni a fronte di un forte calo delle importazioni; l’import, infatti, è cresciuto del 22,7% contro il 34,1% di giugno. Ciò dimostra come la Cina si stia gradualmente chiudendo alle merci estere e possa soddisfare autonomamente la domanda interna. Se i dati dovessero proseguire su questa linea, il surplus cinese potrebbe aumentare ancora nella seconda metà del 2010.
Con la diminuzione della domanda cinese la risposta delle borse non si è fatta attendere: la borsa cinese è calata di circa il 3% e anche Tokyo è scesa dello 0,2%. Ulteriori conseguenze potrebbero verificarsi nei rapporti commerciali con gli Stati Uniti, in quanto, secondo gli esperti, il calo delle importazioni farà aumentare le pressioni degli USA per un apprezzamento più forte dello yuan, visti gli scarsi risultati di un iniziale rafforzamento della moneta cinese.
Nonostante ciò, si conferma la crescita delle esportazioni verso l’Unione Europea che a luglio sono aumentate del 5,4% (per un valore di 28,67 miliardi di dollari), con un incremento del 38,3% rispetto a un anno fa.
Le imprese italiane interessate alla Cina come mercato di destinazione delle merci dovranno quindi puntare maggiormente su esclusività e qualità per poter importare nel paese.
Con la diminuzione della domanda cinese la risposta delle borse non si è fatta attendere: la borsa cinese è calata di circa il 3% e anche Tokyo è scesa dello 0,2%. Ulteriori conseguenze potrebbero verificarsi nei rapporti commerciali con gli Stati Uniti, in quanto, secondo gli esperti, il calo delle importazioni farà aumentare le pressioni degli USA per un apprezzamento più forte dello yuan, visti gli scarsi risultati di un iniziale rafforzamento della moneta cinese.
Nonostante ciò, si conferma la crescita delle esportazioni verso l’Unione Europea che a luglio sono aumentate del 5,4% (per un valore di 28,67 miliardi di dollari), con un incremento del 38,3% rispetto a un anno fa.
Le imprese italiane interessate alla Cina come mercato di destinazione delle merci dovranno quindi puntare maggiormente su esclusività e qualità per poter importare nel paese.
mercoledì 19 maggio 2010
Accordi tra Cina e Stati Uniti nell’energia rinnovabile
A partire da lunedì si svolgeranno una serie di incontri a Pechino tra i rappresentanti della autorità cinesi e una commissione statunitense composta da: Gary Locke, Segretario del commercio, Hilary Clinton, Segretario di Stato, Timothy Geithner, Segretario del Tesoro, e Ron Kirk, Rappresentante per gli scambi commerciali. La visita rientra in quello che è conosciuto come l’annuale dialogo strategico tra i due paesi per discutere di politiche commerciali e valutarie e avrà come obiettivo l’incremento delle esportazioni americane in Asia, al fine di promuovere il lavoro negli Stati Uniti e introdurre nuovi prodotti e servizi alle comunità locali. A Hong Kong, ad esempio, gli USA ed il governo locale hanno già firmato un accordo per promuovere i vini americani.
In occasione degli incontri si valuteranno le opportunità per le tecnologie statunitensi riguardanti l’energia pulita, l’efficienza energetica, l’energia elettrica, la trasmissione e la distribuzione in Asia, oltre ad iniziare una cooperazione nella ricerca. La compagnia di Pechino Sinovel, nel frattempo, ha realizzato la turbina eolica più grande al mondo. Le potenzialità cinesi per l’energia rinnovabile, infatti, sono enormi: il governo e i privati nel 2009 hanno stanziato 34,6 miliardi di dollari nel settore. Il potenziamento di energia eolica, solare e affini sta rendendo la Cina sempre più competitiva e indipendente dall’Europa.
In occasione degli incontri si valuteranno le opportunità per le tecnologie statunitensi riguardanti l’energia pulita, l’efficienza energetica, l’energia elettrica, la trasmissione e la distribuzione in Asia, oltre ad iniziare una cooperazione nella ricerca. La compagnia di Pechino Sinovel, nel frattempo, ha realizzato la turbina eolica più grande al mondo. Le potenzialità cinesi per l’energia rinnovabile, infatti, sono enormi: il governo e i privati nel 2009 hanno stanziato 34,6 miliardi di dollari nel settore. Il potenziamento di energia eolica, solare e affini sta rendendo la Cina sempre più competitiva e indipendente dall’Europa.
lunedì 17 maggio 2010
Sfida tecnologica per la supremazia militare tra Cina e USA
Gli Stati Uniti guardano con una certa preoccupazione gli sviluppi tecnologici in campo militare della Cina. Il paese asiatico, infatti, starebbe minacciando la supremazia delle portaerei americane con la costruzione di un missile balistico anti-nave di ultima generazione: molto veloce e quindi difficilmente rintracciabile, che sarebbe destinato proprio alle portaerei statunitensi secondo quanto dichiarato dal comandante della Flotta del Pacifico, Robert Willard. La Cina inoltre si sta avvicinando sempre più all’eventuale area di confronto militare tra le due potenze in caso di conflitto per il controllo di Taiwan; la Repubblica Popolare Cinese usa, infatti, le basi in Birmania e nell’isola di Hainan, spingendosi fino all’Oceano Indiano.
I conflitti tra Cina e Stati Uniti si sono particolarmente inaspriti tra il 2002 ed il 2008 proprio per le questioni del Tibet e di Taiwan, oltre alle recenti discussioni sulla libertà di internet e la valuta cinese. Nonostante ciò la situazione potrebbe migliorare: giovedì scorso i due paesi hanno ripreso il dialogo politico sui diritti umani e le questioni qui citate, segno di una volontà di un confronto pacifico.
I conflitti tra Cina e Stati Uniti si sono particolarmente inaspriti tra il 2002 ed il 2008 proprio per le questioni del Tibet e di Taiwan, oltre alle recenti discussioni sulla libertà di internet e la valuta cinese. Nonostante ciò la situazione potrebbe migliorare: giovedì scorso i due paesi hanno ripreso il dialogo politico sui diritti umani e le questioni qui citate, segno di una volontà di un confronto pacifico.
giovedì 8 aprile 2010
Migliorano i rapporti tra Cina e Stati Uniti. Oggi Geithner è in visita in Cina
Dopo le tensioni degli ultimi mesi tra i due paesi, sembra che Cina e Stati Uniti siano intenzionati a cooperare e instaurare rapporti postivi. La riconciliazione si era già intravista qualche giorno fa, quando Obama ebbe una lunga telefonata con il presidente cinese Hu Jintao, trovando pieno accordo sulla questione nucleare dell’Iran.
Ora i segnali positivi arrivano invece dal fronte valutario: il segretario al Tesoro americano, Timothy Geithner, ha deciso di posticipare la pubblicazione del rapporto sul mercato valutario che secondo molti conterrebbe un dossier esplicito sulla manipolazione dello yuan. Al rinvio di questo report si aggiunge la voce di questi ultimi giorni secondo cui Pechino potrebbe ampliare la banda di scambio dello yuan permettendo alla valuta un apprezzamento più graduale, indice che la Cina potrebbe attuare cambiamenti sulla propria politica monetaria. Il segnale decisivo infine giunge dallo stesso Geithner, il quale oggi è in visita in Cina per un incontro non programmato con il vicepresidente cinese Wang Qishan e che avrebbe dichiarato in precedenza di essere favorevole ad un dialogo strategico ed economico con la Repubblica Cinese. Tuttavia questa decisione non è appoggiata dal Congresso americano, il quale invece critica aspramente la politica monetaria cinese e auspica ad una legislazione che imponga tariffe sulle importazioni cinesi.
La decisione di mantenere lo yuan stabile nei confronti del dollaro avrebbe molti vantaggi per l’economia cinese: secondo la People’s Bank of China sarebbe una misura presa per contrastare la crisi e incentiverebbe la diminuzione dei prezzi d’importazione; per il Ministro del commercio cinese, invece, aiuterebbe ad aumentare l’occupazione nell’export.
Ora i segnali positivi arrivano invece dal fronte valutario: il segretario al Tesoro americano, Timothy Geithner, ha deciso di posticipare la pubblicazione del rapporto sul mercato valutario che secondo molti conterrebbe un dossier esplicito sulla manipolazione dello yuan. Al rinvio di questo report si aggiunge la voce di questi ultimi giorni secondo cui Pechino potrebbe ampliare la banda di scambio dello yuan permettendo alla valuta un apprezzamento più graduale, indice che la Cina potrebbe attuare cambiamenti sulla propria politica monetaria. Il segnale decisivo infine giunge dallo stesso Geithner, il quale oggi è in visita in Cina per un incontro non programmato con il vicepresidente cinese Wang Qishan e che avrebbe dichiarato in precedenza di essere favorevole ad un dialogo strategico ed economico con la Repubblica Cinese. Tuttavia questa decisione non è appoggiata dal Congresso americano, il quale invece critica aspramente la politica monetaria cinese e auspica ad una legislazione che imponga tariffe sulle importazioni cinesi.
La decisione di mantenere lo yuan stabile nei confronti del dollaro avrebbe molti vantaggi per l’economia cinese: secondo la People’s Bank of China sarebbe una misura presa per contrastare la crisi e incentiverebbe la diminuzione dei prezzi d’importazione; per il Ministro del commercio cinese, invece, aiuterebbe ad aumentare l’occupazione nell’export.
lunedì 22 marzo 2010
La Cina si dichiara favorevole alla liberalizzazione del commercio
Giovedì scorso, durante il consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, Li Baodung, rappresentante cinese delle Nazioni unite, ha dichiarato che la Cina «sostiene la liberalizzazione e la facilitazione del commercio globale e si oppone al protezionismo commerciale in tutte le sue forme». Ha inoltre affermato che il commercio è la chiave per la ripresa economica mondiale che ha colpito soprattutto i paesi sviluppati.
Un primo segnale verso questa direzione si è già avuto con l’eliminazione del divieto di importazione della carne di maiale dagli Stati Uniti. La proibizione di questo prodotto si era decisa nel corso del 2009, in seguito alla diffusione del virus H1N1 che aveva pesantemente diminuito il consumo di carne suina e il suo commercio. Già ad ottobre però Cina e Stati Uniti si erano accordati per riprendere gradualmente le importazioni verso la Cina della carne di maiale.
Probabilmente l’apertura verso la liberalizzazione favorirà anche l’importazione di minerali ferrosi, la cui dipendenza in Cina raggiunge oggi il 70% del commercio mondiale.
Un primo segnale verso questa direzione si è già avuto con l’eliminazione del divieto di importazione della carne di maiale dagli Stati Uniti. La proibizione di questo prodotto si era decisa nel corso del 2009, in seguito alla diffusione del virus H1N1 che aveva pesantemente diminuito il consumo di carne suina e il suo commercio. Già ad ottobre però Cina e Stati Uniti si erano accordati per riprendere gradualmente le importazioni verso la Cina della carne di maiale.
Probabilmente l’apertura verso la liberalizzazione favorirà anche l’importazione di minerali ferrosi, la cui dipendenza in Cina raggiunge oggi il 70% del commercio mondiale.
venerdì 19 marzo 2010
Anche l’imprenditoria cinese rifiuta la rivalutazione monetaria richiesta da Washington
L'associazione imprenditoriale cinese "China Council for the Promotion of International Trade" non accetta le pressioni statunitensi verso una rivalutazione dello yuan. Lo sganciamento della valuta cinese al dollaro, si spiega, andrebbe a ripercuotersi sulle numerose aziende cinesi che sopravvivono con margini di profitto esigui. L'imprenditoria cinese, infatti, è costellata da imprese labour intensive che, grazie a bassi profitti e bassi costi del lavoro, riescono a penetrare facilemente nei mercati esteri. Rivalutare lo yuan porterebbe al fallimento di queste aziende, rendendole meno competitive e ostacolando la loro capacità di export.
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