Le principali notizie e informazioni di natura economica, finanziaria, giuridica e politica relative alla Cina
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venerdì 23 dicembre 2011

Cina, prima al mondo per i brevetti

La Repubblica Popolare risulta essere uno dei paesi più innovativi al mondo, dove i brevetti registrati sono in forte crescita e le società raggiungono i primi posti delle classifiche mondiali.

Negli ultimi anni, sono molti i primati della Repubblica Popolare che la consacrano ancor di più come seconda economia mondiale. Ora, secondo i dati di Thomson Reuters, l’Impero di Mezzo è leader anche nell’innovazione, avendo conquistato il primo posto al mondo per numero di brevetti registrati in patria, seguita da Stati Uniti e Giappone. Nell’ultimo lustro, i brevetti in Cina hanno conosciuto una crescita pari al 16,7%, passando dai 171.000 del 2006 ai 314.000 del 2010, numeri con cui si prevede che nel 2015 saranno circa 500.000 le nuove invenzioni.
Oltre ai brevetti, un altro segnale di grande innovazione è quello delle società cinesi che, secondo i dati della WIPO (World Intellectual Property office), si collocano ai primi posti delle classifiche mondiali. Nel campo delle telecomunicazioni, ad esempio, nel 2010 la cinese ZTE Corp si posizionava seconda a livello globale, mentre la Huawei Technologies era quarta.
A contribuire al successo sono la semplicità per le pratiche sulla tutela della proprietà intellettuale e i numerosi incentivi messi in campo dal governo centrale per la creazione di centri di ricerca e sviluppo. Inoltre, sono aumentate le cause legali intraprese dalle aziende cinesi per le dispute tecnologiche con imprese globali. Grazie a questo sistema vantaggioso, le società locali sono in grado di evolversi per arrivare a essere produttrici di brand internazionali e di prodotti di qualità sempre più apprezzati. L’obiettivo del Dragone è quello di convertire la dicitura “Made in China”, con tutti i suoi significati, in un più rinomato “Designed in China”.

giovedì 23 giugno 2011

Lusso & design: strada in salita per le aziende italiane

Il design italiano ha faticato molto negli ultimi 20 anni per posizionarsi sul mercato cinese, causa strategie sbagliate e una cultura non orientata al lusso della casa. Le tendenze, però, stanno cambiando, lasciando intravedere qualche spiraglio anche per questo settore.

Tra i settori più profittevoli per le aziende italiane in Cina, si parla spesso di luxury, comparto che negli ultimi 5 anni ha avuto un incremento medio del 20% annuo e che ha portato la Repubblica Popolare a posizionarsi al settimo posto a livello mondiale tra i Paesi consumatori. L’ultimo studio della Boston Consulting Group dichiara che il Dragone nel 2010 contava 1,11 milioni di milionari, ovvero il 31% in più che nel 2009. Il settore del lusso, però, può vantare in realtà 100 milioni di consumatori, la cui spesa media è di circa 1000 euro pro capite; di questi, il 60% acquista per ragioni di status sociale, un 20% per necessità e un ulteriore 20% per piacere personale. Questa ultima percentuale rappresenta un mercato che potrebbe accogliere con favore prodotti che vadano oltre l’abbigliamento, i cosmetici e gli accessori, i beni attualmente preferiti dai ricchi cinesi.
Un esempio è dato dal design italiano, in particolare arredamento e luce, le cui aziende, pur avendo investito massicciamente ed essendo presenti in Cina da quasi 20 anni, non hanno ottenuto grandi successi; il comparto, infatti, realizza nel Paese asiatico appena il 4/5% del proprio fatturato. La spiegazione è di matrice culturale: mentre la moda è qualcosa che può essere ostentato immediatamente, l’arredo rimane un aspetto che nel Dragone non viene ancora mostrato all’esterno ma rimane intimo. Se a ciò si aggiunge il costo elevato del design italiano di qualità, si capisce perché grandi nomi del settore che avevano aperto negozi monomarca a Shanghai e Pechino, assieme a società produttrici di mobili e complementi in loco siano state obbligate a chiudere i battenti nel giro di pochi anni.
Tuttavia, le cose stanno cambiando gradualmente: mercati più maturi come Hong Kong e Singapore mostrano un maggior interesse per l’arredo; il Salone del Mobile di Milano ha visto, infatti, una crescita del 10% di visitatori asiatici, la maggior parte dei quali proveniva dalle due metropoli. Il trend dimostra ancora una volta che il vantaggio qualitativo delle aziende italiane le fa preferire alle realtà locali. Inoltre, il cambio di approccio commerciale sperimentato da alcune imprese ha dato buoni frutti: anziché presentarsi in Cina con punti vendita diretti, alcuni hanno scelto la strada dell’intermediario locale, figura che può trovare il punto di incontro tra il prodotto e il consumatore finale. Ulteriore segnale del cambio di tendenza è rappresentato dalla nascita delle facoltà di architettura nella Repubblica Popolare, che fino a qualche anno fa non esistevano, ma che ora stanno immettendo sul mercato giovani designer locali che contribuiranno a far accrescere il settore.

martedì 14 giugno 2011

Rinnovabili: Cina leader ma rischia saturazione nell’eolico

Secondo lo studio della Ernst & Young, la Cina rimane il primo paese al mondo per lo sfruttamento di fonti rinnovabili; tuttavia, gli ingenti investimenti nel settore eolico, a fronte di una domanda minore, stanno rischiando di saturare il mercato.

Secondo una recente indagine della Ernst & Young dal titolo “Renewable Country Attractiveness Indices”, la Cina si conferma al primo posto nella classifica mondiale per utilizzo di energie rinnovabili; seguono gli Stati Uniti, mentre l’Italia si piazza alla quinta posizione scendendo di due gradini nell’indice “Solar”.
La Cina è leader nel le fonti alternative dall’agosto dell’anno scorso, grazie all’impegno del governo esplicitato nel Piano Quinquennale, che prevede di ottenere entro il 2015 energia proveniente da fonti verdi pari all’11,3%. In particolare, la Repubblica Popolare ha sviluppato in modo massiccio l’industria eolica, grazie ad una serie di investimenti statali concessi già a partire dal 2008 e che per quest’anno ammontano a 400 milioni di euro. Nel 2009, il mercato eolico cinese è diventato primo al mondo per capacità installata e nel 2010 il Dragone ha aumentato ulteriormente la capacità di produzione di 18,9 gigawatt, per un totale di 44,7 gigawatt.
Oggi il paese asiatico si ritrova con oltre 70 impianti ma molti di questi rischiano l’inattività a causa della scarsa organizzazione del settore, della mancanza di controllo qualitativo e della saturazione della domanda, ormai già pienamente soddisfatta. Il rischio di surriscaldamento del mercato ha imposto a Pechino un freno agli incentivi nel settore: il governo pensa, infatti, di adottare misure più severe per l’approvazione di impianti eolici e di introdurre l’autorizzazione del National Energy Bureau anche per progetti di capacità inferiore ai 50 megawatt. Inoltre, la Cina ha dichiarato che interromperà i sussidi alle società che utilizzano componenti nazionali invece che importati dall’estero. Quest’ultima decisione è stata presa dopo la denuncia degli Stati Uniti di qualche mese fa in merito alla campagna cinese di supporto ai settori innovativi, tramite la quale l’eolico aveva ricevuto incentivi stimati tra i 6 e i 22 milioni di dollari.
Oltre al Dragone, buone le performance registrate dalla Ernst & Young anche di altri paesi emergenti: il Brasile si piazza al dodicesimo posto, mentre l’India si classifica quarta; di interesse anche la risalita del Marocco che, con ingenti risorse eoliche e solari a disposizione ed una buona domanda, si posiziona al ventiduesimo posto.
Lo studio dimostra ancora una volta che la maggior parte delle nazioni sta investendo sulle energie verdi, con un aumento della produttività commerciale dell’eolico offshore e del concentrated solar power. Tale tendenza permette la creazione di nuovi posti di lavoro, la differenziazione energetica e la crescita economica. I costi della tecnologia saranno così destinati a calare, con beneficio di chi investirà nel rinnovabile nel prossimo futuro.

giovedì 12 maggio 2011

Settore farmaceutico: nuovi controlli per la sicurezza

Nei prossimi mesi partirà una campagna di controlli nel settore farmaceutico che avrà lo scopo di verificare la qualità dei medicinali di base e di garantire la sicurezza dei cittadini cinesi.

Dopo la campagna di controlli nell’agroalimentare, la Cina si prepara ad una nuova missione sulla sicurezza, questa volta nel campo farmaceutico. Nel 2010, infatti, sono aumentate dell’8,4% le segnalazioni di effetti indesiderati riguardanti, in particolare, i farmaci anti-infettivi ed i prodotti della medicina tradizionale cinese, registrando 690 mila casi anomali. A ciò si aggiunge anche l’incremento dei prezzi delle materie prime utilizzate per i medicinali, verificatosi negli ultimi mesi.
Al fine di tutelare la sicurezza dei consumatori e regolare la produzione farmaceutica cinese, l’Amministrazione di Stato per la Supervisione degli Alimenti e dei Farmaci ha, quindi, deciso di avviare una campagna di controlli sia sulla qualità dei farmaci essenziali che sulla medicina tradizionale cinese. L’operazione includerà l’analisi dei processi di produzione dei farmaci e i luoghi di origine delle materie prime, nonché ispezioni nelle strutture del settore di tutto il Paese. Ciò porterà progressivamente all’istituzione di un meccanismo di controllo strutturato per tutti i medicinali di uso più frequente.
La campagna riguarderà una rosa piuttosto ampia di aziende cinesi: nel Dragone, infatti, ci sono 2.822 industrie farmaceutiche solo per la produzione di farmaci di base. Attraverso i controlli, le autorità sperano di poter migliorare la tutela della salute dei cittadini e di avviare misure preventive che eliminino rischi e scandali, tristemente noti nella Repubblica Popolare.

mercoledì 11 maggio 2011

Il Dragone ha raggiunto il punto di svolta di Lewis

Sempre più economisti sostengono che la Cina abbia ormai raggiunto il punto di svolta di Lewis, secondo il quale l’epoca della manodopera a costi ridotti sia ormai giunta al termine.

Anche le previsioni di Ba Shusong, senior economist del Centro per la Ricerca e lo Sviluppo del Consiglio di Stato, confermano che la Repubblica Popolare Cinese non possa più disporre di lavoratori a basso costo, ma dovrà ora fare i conti con la scarsità di manodopera. L’allarme era già stato dato da diversi economisti negli anni scorsi: il primo nel 2004, quando lo stesso governo aveva riscontrato un primo calo della forza lavoro cinese, poi è stata la volta della ricerca di Credit Agricole del marzo scorso, secondo cui entro il 2014 la Cina avrà un netto disavanzo tra domanda e offerta di lavoratori.
Ora la conferma di Ba arriva dopo la pubblicazione dei dati del Censimento Nazionale 2010: la popolazione cinese sta invecchiando, con conseguente fine del surplus di forza lavoro, e i salari aumentano di pari passo con lo sviluppo economico del Paese; nel 2010, infatti, i redditi rurali sono cresciuti del 10,9%, mentre quelli delle città del 7,8%. Tale quadro rafforza l’inflazione, che difficilmente può essere contenuta con i salari in aumento. Il fenomeno a cui il Dragone sta assistendo è conosciuto come “punto di svolta di Lewis” e avrà come conseguenza un rallentamento della crescita economica.
Ciò spiega ulteriormente gli sforzi delle autorità di Pechino nel portare l’economia ad un sistema basato sui consumi interni anziché sulle esportazioni, situazione che si potrà verificare solo con un’equa distribuzione del reddito su tutto il territorio nazionale.

martedì 22 marzo 2011

La Cina è il secondo mercato d’arte

Il commercio artistico in Cina è aumentato esponenzialmente negli ultimi anni ed ora il Paese asiatico si colloca dopo gli Stati Uniti nella classifica mondiale.

Negli ultimi tre anni la Cina ha incrementato notevolmente il proprio commercio d’arte a livello globale, tanto che, dopo aver superato la Francia nel 2007 nella classifica mondiale di mercati d’arte, nel 2011 ha rubato il posto al Regno Unito conquistando la seconda posizione dopo gli Stati Uniti. Nel 2010, infatti, il Dragone ha avuto un traffico d’arte pari a 8,3 miliardi di euro, con il 33% delle vendite globali di Belle Arti.
I centri più attivi in questo ambito sono le grandi metropoli di Pechino, Shanghai ed Hong Kong, che fanno diretta concorrenza alle gallerie delle città occidentali e alle aste mondiali. Le aste cinesi, infatti, registrano dati record: ad Hong Kong, Sotheby’s ha ottenuto l’anno scorso il 2% delle entrate, mentre Christie’s il 2,5%.
Tra gli artisti più quotati provenienti dalla Repubblica Popolare si trova Zhang Daqian, il cui volume di affari è stimato oltre 185 milioni di euro; altri figure di spicco riconosciute nella top ten di Artprice sono Qi Baishi, Zhang Daqian, Xu e Fu Baoshi Bihong, mentre per l’arte contemporanea risaltano nomi quali Zeng Fanzhi, Chen Yifei, Yidong Wang, Zhang Xiaogang, Liu Xiaodong e Liu Ye.
Lo sviluppo del mercato artistico cinese è strettamente collegato con la crescita economica del Paese, la quale ha permesso di dare lustro ed esportare la millenaria cultura locale in tutto il mondo, grazie anche ai numerosi incentivi del governo; inoltre l’aumento della ricchezza tra la popolazione ha fatto crescere il numero di collezionisti che acquistano principalmente opere nazionali. Alla luce di ciò, il futuro del settore sembra essere più che positivo e potrebbe portare la Cina a conquistare il primato mondiale.

giovedì 10 marzo 2011

Rischio bolla immobiliare in Cina

Secondo l’agenzia di rating Fitch, l’inflazione che caratterizza attualmente il settore immobiliare cinese potrebbe causare una bolla speculativa mettendo a rischio il sistema finanziario del Dragone.

L’agenzia di rating Fitch assegna a Pechino un grado di rischio MPI3, in quanto ritiene che ci sia il 60% di possibilità che si verifichi una bolla speculativa nel settore immobiliare entro il 2013, mettendo così a repentaglio il sistema finanziario cinese.
I timori sono fondati su alcuni “segnali premonitori” che l’istituto avrebbe individuato e che in genere portano poi a quella che è definita “crisi sistemica”: crescita annuale dei prestiti oltre il 15% e aumento dei prezzi immobiliari del 5% in un biennio. La Repubblica Popolare Cinese presenta entrambe le situazioni; per fronteggiare la crisi economica ed evitare il collasso dei mercati di credito, infatti, le banche cinesi hanno immesso nel sistema una grande massa di liquidità: gli istituti di credito hanno concesso nel periodo 2009-2010 prestiti per 17.500 yuan (1.900 miliardi di euro), denaro utilizzato in gran parte nel settore immobiliare che ha, quindi, causato forti aumenti dei prezzi delle proprietà, arrivati anche oltre il 18% nel 2010. Per frenare la speculazione, il governo ha varato una serie di misure, tra cui la crescita dei tassi di interesse (arrivati al 6,06% sui prestiti a un anno e al 3% sui depositi) e dei coefficienti di riserva obbligatoria delle banche (al 19,5% per gli istituti maggiori e al 16% per quelli minori).
Una grande responsabilità l’hanno avuta anche le amministrazioni locali che dal 2008 hanno creato, allo scopo di ottenere maggiori finanziamenti, le Local Investment Companies, agenzie semipubbliche che ottengono crediti dalle banche fornendo come garanzia la terra; con questo sistema le LIC hanno ottenuto prestiti pari a 7.660 yuan (839 miliardi di euro).
Con una situazione simile, in definitiva, la Cina corre il rischio di una crisi del sistema: l’eventuale crollo della domanda nel real estate provocherebbe una diminuzione dei prezzi, scatenando così una serie di bolle speculative. I costruttori sarebbero indebitati e non potrebbero più pagare gli interessi dei prestiti e le banche si rifarebbero sulle società insolventi provocando una serie di fallimenti. Tuttavia, le altre agenzie di rating non hanno la stessa visione pessimista: per Standard & Poor’s le banche cinesi hanno rafforzato la propria capitalizzazione nel corso del 2010 e sarebbero quindi in grado di far fronte ad eventuali perdite.

lunedì 28 febbraio 2011

La Cina guarda alla crescita con ottimismo ma la fiducia dei suoi consumatori è in calo

Nel nuovo piano quinquennale della Cina è stata concordata una crescita pari al 7%; tuttavia, l’inflazione che ha colpito il Paese e i rincari di alcuni settori fanno diminuire la fiducia dei consumatori cinesi.

Il premier cinese Wen Jiabao è intervenuto, nei giorni scorsi, per annunciare i dettagli del nuovo piano quinquennale 2011-2015 della Repubblica Popolare Cinese. Secondo il documento, il Dragone crescerà nel prossimo lustro del 7% annuo (contro il 7,5% concordato nel piano precedente), attuando, tra l’altro, una riforma dei cambi graduale, che quindi non intacchi il contesto produttivo. Inoltre, il Paese asiatico metterà in pratica una politica volta alla salvaguardia dell’ambiente e interverrà con nuove misure per contrastare l’inflazione, che a gennaio ha fatto lievitare l’indice dei prezzi al consumo del 4,9% rispetto allo stesso mese del 2010.
A questo proposito, il premier ha dichiarato che l’impennata dei prezzi rappresenta la «principale preoccupazione del governo». Infatti, a causa dell’aumento incontrollato del costo dei beni, la fiducia dei consumatori cinesi è in forte calo. Nell’ultimo trimestre 2010, l’indice ha raggiunto il livello più basso dal 2009, scendendo a 100 punti; l’83% dei cinesi pensa che l’innalzamento dei prezzi riguarderà tutto il 2011 e l’85% ritiene che tale fenomeno intaccherà soprattutto i generi alimentari.
Ad incidere sulla fiducia sono, poi, i rincari di alcuni settori chiave dell’economia: l’agroalimentare, in cui il grano, a gennaio, ha visto un rincaro del 10% e la frutta del 30%, e quello immobiliare, dove le tariffe degli immobili nelle grandi città sono cresciuti anche oltre il 60%.
Nonostante la Cina sia ormai la seconda economia mondiale, quindi, sono molti i fronti del Sistema Paese su cui dovrà lavorare per proseguire nella crescita economica e garantire anche agli operatori esteri un clima produttivo stabile.

martedì 8 febbraio 2011

La Cina è ancora il primo produttore mondiale di oro

Per il terzo anno consecutivo la Cina è il primo produttore di oro al mondo, seguita immediatamente dal Sudafrica, che perse il primato nel 2007.

Ancora record per la Repubblica Popolare cinese nella produzione aurifera; se nel 2009, infatti, aveva prodotto livelli storici di oro pari a 340,88 tonnellate, l’8,57% in più rispetto al 2008, nel 2010 si conferma per il terzo anno consecutivo il primo gold producer mondiale, secondo i dati forniti dalla China Gold Association.
La produzione cinese del metallo prezioso si concentra per il 60% nelle province dello Shandong, Henan, Jianxi, Yunnan e Fujian ed è principalmente nelle mani dei primi dieci produttori cinesi che detengono il 49,19% della produzione totale. Tale concentrazione è frutto di una misura governativa presa nel 2002 e volta a consolidare il settore, che aveva portato alla fusione dei 1.200 produttori di allora che si sono così ridotti ad appena 700 operatori.
Tuttavia, le enormi quantità prodotte non bastano a soddisfare la domanda interna del Paese asiatico, che detiene record anche per ciò che riguarda il consumo: il Dragone, infatti, sta vivendo da qualche anno una vera e propria corsa all’oro, incentivata anche dalla recente impennata dell’inflazione, per cui il metallo prezioso rappresenta uno strumento di stabilità economico-finanziaria per molti investitori. Per tali ragioni, la Cina è costretta ad importare oro anche dall’estero, come hanno dimostrato i dati relativi ai primi 10 mesi del 2010, quando l’import aurifero era stato pari a 209,72 tonnellate, sei volte i quantitativi del 2009.

giovedì 27 gennaio 2011

La crescita economica cinese incrementa la classe dei ricchi

I dati economici della Cina, i successi imprenditoriali e la crescita della classe più ricca confermano che la Cina rimane il luogo più ambito per investire ed avere successo.

La Repubblica Popolare Cinese, ormai, sembra inarrestabile: da oltre 30 anni la sua economia cresce ad un ritmo medio del 10% del PIL, confermato anche per l’anno appena concluso. La ricchezza del Paese ha effetti inevitabili sulla società, sia da un punto di vista culturale che materiale. La popolazione cinese, infatti, vive con aspettative decisamente rosee e gode di un benessere economico destinato ad aumentare anche nei prossimi anni. Lo confermano, d’altronde, i dati statistici ufficiali: oggi in Asia ci sono tanti ricchi quanto in Europa e si parla di tre milioni di persone in tutto il continente che possiedono beni per più di un milione di dollari, un target decisamente appetibile per le aziende occidentali.
L’ottimismo e la fiducia con cui si affronta il futuro permette, inoltre, di fare qualche passo rischioso, motivo per cui negli ultimi decenni sono stati numerosi i cinesi che si sono improvvisati imprenditori e hanno ottenuto grandi successi. Con lo sviluppo economico alcuni settori sono cresciuti del 20-30% e alcune aziende anche del 50 e 80%; la quota cinese nella produzione mondiale oggi si attesta al 14%, quasi triplicata rispetto a 30 anni fa. In questo modo la Cina continua ad essere una delle mete privilegiate anche per gli investitori stranieri: ancora oggi è in Asia che le multinazionali riescono a moltiplicare i propri investimenti e solo nel 2010 in Cina sono arrivati 105 miliardi di dollari in investimenti dall’estero.
Se il benessere è visibile nelle grandi metropoli, in quanto la ricchezza delle persone agiate viene particolarmente ostentata, deve però confrontarsi con gli evidenti disagi che la prosperità economica inevitabilmente provoca, come il traffico delle città, che è ormai invivibile, e i prezzi degli appartamenti, che salgono alle stelle.

lunedì 24 gennaio 2011

La Cina supera il Giappone sulla scena mondiale

Con un Pil superiore alle aspettative la Cina si conferma la seconda economia mondiale, sorpassando il Giappone, ma deve ancora fronteggiare la critica questione dell’inflazione.

La Cina chiude il 2010 con un aumento del Pil pari al 10,3% (contro il 9,2% del 2009), un dato superiore alle attese della Banca Mondiale e il più elevato dalla crisi del 2008. Tale progresso incorona definitivamente il Dragone come la seconda potenza economica mondiale dopo gli Stati Uniti, scavalcando così il Giappone, che con una crescita del 2% circa perde la posizione conquistata nel 1968.
Tuttavia, lo sviluppo economico della Repubblica Popolare si accompagna da qualche mese ad un fenomeno di inflazione galoppante, contro il quale le autorità hanno varato alcune misure che per ora non hanno portato a grandi risultati. Lo scorso novembre i prezzi al consumo hanno registrato un livello record, aumentando del 5,1%, salvo poi calare lievemente in dicembre arrivando al 4,6%. Un innalzamento, comunque, oltre il 3,5% che il governo si era prefissato. Nei prossimi mesi gli analisti prevedono un tasso ancora piuttosto alto, dovuto anche alla normale impennata delle festività, che si apriranno il prossimo 3 febbraio con il Capodanno cinese. L’unica soluzione efficace sembra essere quella della rivalutazione dello yuan, operazione che consentirebbe al Paese asiatico di ottenere merci dall’estero a condizioni più convenienti e potendo così mantenere i prezzi bassi sul mercato. A questo proposito, la Cina aveva annunciato un apprezzamento della valuta del 5% entro quest’anno e la questione è stata al centro di un acceso dibattito nell’incontro a Washington tra Hu Jintao e Obama dei giorni scorsi. Tuttavia, nonostante le pressioni americane, finora non sembra esserci stata nessuna mossa in questa direzione.

giovedì 13 gennaio 2011

Economia cinese: un bilancio del 2010 e le previsioni per il nuovo anno

Con l’inizio del 2011 è tempo di bilanci anche per la Cina, Paese che nello scorso anno ha stabilito numerosi record in ambito commerciale ma che dovrà affrontare un 2011 leggermente in salita.

La Repubblica Popolare Cinese ha chiuso il 2010 con una lieve ripresa del surplus commerciale rispetto al 2009, ma ancora lontana dai record degli anni precedenti alla crisi. 183 miliardi di dollari è l’ammontare del saldo commerciale del Paese asiatico dell’anno appena concluso, che ha visto però il raggiungimento di un primato per quanto riguarda il commercio estero. Le esportazioni cinesi, infatti, sono cresciute, rispetto al 2009, del 18% arrivando alla cifra di 154 miliardi di dollari, a cui è peraltro seguita l’affermazione del Made in China a livello internazionale. Dato eccellente anche quello delle importazioni, aumentate del 39% nel 2010 e che si sono confermate superiori del 31% rispetto alle esportazioni.
Tra i settori trainanti dell’economia del Dragone, ottimi risultati sono stati ottenuti nel comparto dell’automotive: solo nel 2010 le vendite di auto in Cina sono state 13,8 milioni, con una crescita del 33%. Importante ed emergente settore è poi quello delle energie rinnovabili, di cui la Repubblica Popolare si è fatta promotrice con enormi investimenti nell’eolico e fotovoltaico, direzione che il Paese seguirà anche nel nuovo anno.
Per ciò che riguarda il 2011, comunque, le prospettive rimangono positive, pur con un calo rispetto all’anno precedente. La Banca Mondiale, infatti, stima la crescita economica della Cina all’’8,7%, contro il 10% del 2010, e per il 2012 probabilmente il tasso scenderà all’8,4%. Tali considerazioni sono fatte sulla base delle politiche previste e già in atto per
contenere l’inflazione e i fenomeni speculativi che hanno messo a rischio il sistema economico cinese nei mesi scorsi.

venerdì 24 dicembre 2010

Obiettivo 2011: ridurre l'export e aumentare l'import

Per il 2011 uno degli obiettivi della Repubblica Popolare Cinese sarà quello di riassorbire il surpuls commerciale e riassestare la bilancia commerciale facendo calare le esportazioni ed aumentando le importazioni verso il Paese.

Lo squilibrio della bilancia commerciale cinese è stato nei mesi scorsi una delle principali preoccupazioni delle autorità cinesi e sarà tra le sfide più rilevanti anche per il prossimo anno. Il surpuls ha raggiunto livelli record nelle ultime settimane, ma si è tuttavia ridimensionato a causa della crisi scendendo del 3,9%, e dovrebbe arrivare entro la fine del 2010 a quota 190 miliardi di dollari. L'interscambio del Dragone con il resto del mondo è comunque cresciuto del 36% anno su anno fino a 2,68 trilioni di dollari e dovrebbe arrivare a 2,9 trilioni a fine anno.
Per poter proseguire nel riassorbimento dell'avanzo di bilancia commerciale la Cina prevede per il 2011, così come dichiarato più volte dal governo centrale, una riduzione delle esportazioni dal 30% al 10% e ad un aumento delle importazioni, anche se finora non sono state date ulteriori informazioni circa gli ambiti produttivi interessati da questa scelta. Una misura tale permetterebbe, inoltre, di riequilibrare le scorte di alcuni prodotti alimentari; come annunciato dal ministro del Commercio Cinese Chen Deming, la Cina deve aumentare, infatti, la disponibilità di carni, zucchero, cereali e cotone i cui raccolti sono minacciati anche dalla rapida urbanizzazione.
Se, comunque, la decisione riguardante l'import cinese dovesse concretizzarsi, ciò significherebbe che la Repubblica Popolare sarà nei prossimi anni un crescente mercato di destinazione per molti atri settori.

giovedì 16 dicembre 2010

In crescita gli IDE in Cina

Entro la fine del 2010 gli IDE in Cina potrebbero raggiungere quota 100 miliardi di dollari, confermando che l’economia locale è ancora attraente per gli investimenti stranieri.

I flussi di IDE nella Repubblica Popolare Cinese continuano a crescere e a registrare ottimi risultati. Nel 2010, escluso dicembre, gli investimenti stranieri sono giunti a quota 91,7 miliardi di dollari, registrando così un aumento del 18% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Solo nel mese di novembre gli IDE sono stati pari a 9,7 miliardi di dollari (+38% rispetto al 2009). Inoltre, entro la fine dell’anno si stima che si possano raggiungere i 100 miliardi di dollari, dimostrando come il flusso degli investimenti sia nettamente in salita negli ultimi anni.
Le quote maggiori si registrano nel settore terziario, dove si concentra il 44,9% degli IDE, con una crescita del 40,9% rispetto al 2009. Ciò sembra andare incontro al nuovo orientamento economico del Paese asiatico, che punterà nei prossimi cinque anni allo sviluppo dei consumi interni e alla riduzione delle esportazioni dall’estero.
Rimangono ancora molte perplessità comunque, soprattutto relativamente al rischio di speculazioni in settori come quello immobiliare e al tasso di inflazione che nelle ultime settimane sta registrando record negativi.
Tuttavia, il governo di Pechino continua ad assicurare che favorirà gli investimenti stranieri in Cina, introducendo maggiori controlli per garantire le attività economiche.

lunedì 29 novembre 2010

Il fabbisogno energetico della Cina crea difficoltà

La richiesta di energia in Cina raggiunge livelli record e le conseguenze dannose sono numerose: non solo inquinamento, ma anche forti rischi di black-out minacciano il Paese. Nucleare e rinnovabili saranno la risposta al problema.

Nella prima metà di novembre, in Cina, la produzione di energia è aumentata dell’8,9% ed il consumo energetico del 7% rispetto allo stesso periodo nel 2009. La domanda energetica del paese asiatico, quindi, continua a crescere in modo inarrestabile.
A fonte di ciò, diversi saranno i problemi che la Repubblica Popolare dovrà affrontare, tra cui la riduzione delle scorte di carbone, che provocherà disagi soprattutto nelle metropoli come Pechino, Tianjin e Chongquing. Tale scarsità di materia prima ha già provocato un aumento del prezzo del carbone che, assieme al freddo che incombe e alle politiche di risparmio energetico attuate, aumenta in questi mesi il rischio di black-out nel nord del Paese. Le politiche di risparmio energetico e di riduzione dell’inquinamento, infatti, sono recentemente state prese in quanto la Cina detiene il record mondiale di emissioni di gas ad effetto serra, con un aumento nell’ultimo anno dell’8%.
Diverse, infatti, sono le soluzioni che le autorità di Pechino stanno mettendo in atto per affrontare in modo efficace il problema energetico. Innanzitutto, la ricerca di altre risorse, scelta messa in pratica tramite la cooperazione con l’Africa per l’estrazione di minerali e gas naturale, e gli investimenti nel nucleare, la cui produzione dovrebbe aumentare del 5% l’elettricità entro il 2020.
In secondo luogo, si punta molto sulla green economy, settore per il quale tra il 2005 e il 2010 sono stati investiti più di 300 miliardi di dollari. Con l’obiettivo del risparmio energetico si sono garantiti ingenti investimenti alle aziende che sviluppano tecnologie per la conservazione energetica e che tutelano l’ambiente. Ciò ha permesso, ad esempio, di puntare, nel campo automobilistico, alla creazione dell’auto elettrica.
Anche nel nuovo piano di sviluppo quinquennale la green economy è uno dei temi principali: si prevedono appalti pubblici e privati da parte del Ministero dell’Industria e dell’Information Technology per attirare aziende straniere che sviluppino il settore. Finora, su 8000 appalti, 7000 sono stati vinti da imprese estere.

lunedì 15 novembre 2010

Segnali di instabilità dall’economia cinese

Dopo le critiche al vertice di Seul per gli squilibri della bilancia commerciale ora la Cina deve affrontare un’inflazione allarmante, la più alta degli ultimi due anni.

Proprio la settimana scorsa l’agenzia Moody’s aveva alzato il rating per la Cina da A1 ad Aa3, mossa giustificata dalla stabilità economica dimostrata negli ultimi tempi da Pechino. La Repubblica Popolare, infatti, registra ancora una buona crescita: nei dati anno su anno l’export è salito del 23%, la produzione industriale è aumentata del 13,1% e anche gli investimenti in infrastrutture sono cresciuti del 24,4%. Tuttavia, ora iniziano a farsi sentire numerosi campanelli d’allarme.
Innanzitutto, il record del saldo commerciale, arrivato alla cifra incredibile di 27 miliardi di dollari, ha sollevato non poche critiche, a causa del forte squilibrio di alcune bilance commerciali, al vertice del G20 di Seul, conclusosi il 12 novembre scorso. La Cina vi era già arrivata sotto pressione a causa delle misure attuate dalla Federal Reserve riguardanti il freno all’eccessiva liquidità di alcuni Paesi e i controlli sui rimpatri di capitali delle società finanziarie cinesi. La proposta americana di fissare ad un tetto massimo del 4% il Pil è comunque stata bocciata e si rimanda la questione al 2011.
Ora arriva, però, l’allarme inflazione. Il tasso, infatti, è salito da ottobre al 4,4%, contro il 3% fissato dal governo, dopo che i prezzi di beni alimentari, prodotti agricoli e materie prime hanno iniziato ad accelerare. Ciò sta già avendo i primi effetti: la borsa di Shanghai è scesa del 5% la settimana scorsa, trascinando anche i principali listini internazionali. La Banca centrale ha reagito aumentando di 50 punti la riserva obbligatoria e i tassi di interesse dello 0,25%. Anche i prestiti, inoltre, sono cresciuti oltre le aspettative e rimane alta la tensione per probabili bolle speculative.

mercoledì 3 novembre 2010

In Cina è iniziato il censimento della popolazione più grande della storia

Fino al prossimo 10 novembre i funzionari della Repubblica Popolare Cinese raccoglieranno i dati della popolazione che verranno messi a disposizione dell'Ufficio Nazionale per le Statistiche per avere un nuovo quadro del Paese.

Nell'aprile 2011 il mondo conoscerà la nuova realtà cinese. E' partito, infatti, quello che è considerato il censimento più grande della storia: nei prossimi dieci giorni la popolazione della Cina di 31 province, 330 città, 2.800 contee, 4.000 township e 680.000 villaggi verrà conteggiata per la sesta volta nella storia del Paese. L'ultimo censimento risale al 2000, quando il numero di cinesi risultò risalire a un miliardo e 295 mila persone.
Tuttavia, quest'anno il conteggio utilizzerà un metodo differente: i cittadini verranno registrati in base al luogo in cui vivono realmente, senza tenere in considerazione il certificato di residenza. Ciò significa che gli immigrati interni saranno considerati residenti urbani. L'obiettivo del censimento è quello di conoscere il reale ammontare della popolazione cinese e comprendere la situazione delle migrazioni tra campagna e città, che riguarderebbe 211 milioni di persone. Secondo i calcoli degli esperti, oggi il 45% dei cinesi vive nelle metropoli. Inoltre, si vuole indagare qual è la percentuale di anziani e di giovani, in modo da regolare le politiche sociali del Paese.
Saranno molte le difficoltà che i funzionari incontreranno durante la loro "missione": gli immigrati privi di residenza, le famiglie che hanno violato la legge del figlio unico e i proprietari delle case disabitate potrebbero non collaborare in modo adeguato. La campagna pubblicitaria a favore del censimento è stata ingente in questi ultimi giorni e si sono anche alleggerite le sanzioni previste per chi dichiarasse di aver infranto le leggi.
I dati statistici che verranno ottenuti saranno naturalmente di fondamentale importanza anche in campo economico. Gli operatori internazionali, infatti, avranno bisogni di informazioni riguardanti l'entità della popolazione, l'età media ed i fenomeni sociali per comprendere meglio le potenzialità del mercato cinese, le necessità e le tendenze dei consumatori.

venerdì 1 ottobre 2010

Cina, il manifatturiero cresce anche in settembre

Nel mese di settembre il settore manifatturiero cinese si è mantenuto in crescita; il Purchasing Manager’s Index (PMI) – il principale indicatore del comparto – si è attestato a 53.8 punti, il miglior risultato dallo scorso maggio: si tratta del diciannovesimo mese consecutivo in cui si registra un incremento.

Zhang Liqun, analista del Centro Ricerche e Sviluppo del Consiglio di Stato, ha dichiarato: “il risultato di settembre mostra che la crescita economica cinese si è stabilizzata e non ci aspettiamo grossi rallentamenti nell’immediato futuro”.
Il PMI, quando si attesta sopra quota 50, indica che il mercato è in fase di espansione, mentre, al di sotto di questa cifra, è indice di una contrazione del settore.
Positivi anche i dati emersi dalle statistiche elaborate dalla HSBC – gruppo bancario con sede a Londra - qualche giorno fa: il PMI cinese di settembre ha raggiunto quota 52.9 e si tratta del livello più alto dall’aprile scorso. Hongbin Qu, capo economista della HSBC per la Cina, ha affermato che “un aumento delle nuove ordinazioni significa che la domanda interna è ancora forte”. Tuttavia, dopo un +11.9% segnato nel primo trimestre di quest’anno, la crescita economica cinese ha subito un lieve calo nel periodo aprile-giugno fino ad attestarsi a quota 10.3% e molti analisti sostengono che presto il Dragone potrebbe trovarsi ad affrontare una frenata molto più rilevante. Il rapporto HSBC indica che l’export, anche se in misura piuttosto limitata, in settembre è aumentato rispetto ai tre mesi precedenti, ma evidenzia anche un massiccio incremento dei costi, condizionati dall’aumento dell’inflazione, soprattutto quelli delle materie prime. A sua volta, l’inflazione è cresciuta in agosto, a causa delle gravi inondazioni verificatesi la scorsa estate e in seguito ad un’accelerazione della crescita industriale.

venerdì 24 settembre 2010

La regione dell’Asia-Pacifico è la sede favorita dei business cinesi

Nonostante le recenti dispute con il Giappone, causate dal caso del peschereccio cinese fermato dal governo di Tokyo, le piccole-medio imprese cinesi sembrano orientare sempre più i loro business verso la regione dell’Asia-Pacifico.
Secondo l’annuale sondaggio della UPS Asia Business Monitor, che indaga le tendenze e le opportunità della regione asiatica, il 78% delle PMI cinesi conduce affari nella regione dell’Asia-Pacifico, contro il 6% negli Stati Uniti e il 10% in Europa. Tale dato indica una rinnovata fiducia nella crescita economica dell’area, tanto che il 70% delle imprese coinvolte (su 1.350 totali) prevede una forte espansione della regione nei prossimi tre anni. Le previsioni ottimistiche sono confermate peraltro dal 65% delle aziende del sondaggio, che prevedono un andamento degli affari migliore rispetto al 2009, mentre solo il 12% delle PMI si aspetta un declino nel corso del 2010. Metà delle realtà imprenditoriali contattate, inoltre, pensa di incrementare la propria forza lavoro del 10% circa entro l’anno in corso.
Le conseguenze della crisi economica, infatti, non hanno frenato l’entusiasmo che si respira nell’area asiatica, ma anzi hanno spinto molte aziende orientali, incluse quelle cinesi, a cercare nuovi settori e nuove opportunità di business, come ad esempio il mercato edile, quello dell’information technology e quello manifatturiero. Sempre secondo il sondaggio, inoltre, il vantaggio competitivo percepito dalle imprese cinesi sarebbe la loro flessibilità.
Da un lato, i dati qui proposti evidenziano un punto molto debole dei mercati occidentali: questi, sebbene vedano nei paesi asiatici importanti sbocchi per l’internazionalizzazione delle proprie attività, non sono però in grado di attirare le imprese orientali nei paesi sviluppati. Ciò rappresenta un potenziale rischio nel prossimo futuro, in quanto sempre più aziende asiatiche hanno dimostrato di saper crescere e svilupparsi andando a competere con le grandi multinazionali. Dall’altro lato, lo sviluppo dell’area Asia-Pacifico, dimostra come questa regione rimanga una destinazione ideale per gli investitori globali.

lunedì 13 settembre 2010

Segnali rassicuranti per l’economia cinese

Osservando i dati relativi al mese di agosto 2010 sembra che l’economia cinese si sia finalmente stabilizzata dopo alcuni mesi di rallentamento, soprattutto grazie ad ottime performance nell’import ed export.
Se in agosto la domanda interna della Cina è rimasta stabile, la produzione industriale è invece cresciuta rispetto all’anno precedente (del 13,9%) e al mese di luglio, in cui aveva registrato un +13,4%. Anche le vendite al dettaglio sono aumentate oltre le previsioni, crescendo del 18,4% annuale (rispetto al 17,9% di luglio). Tuttavia, l’inflazione sui prezzi rimane un dato ancora preoccupante dal momento che il tasso è passato dal 3,3% di luglio al 3,5% di agosto, un segnale che per molti analisti rappresenta l’effetto economico dell’aumento dei salari.
Il fenomeno economico più interessante riguarda però gli scambi commerciali: ad agosto le esportazioni cinesi sono aumentate del 34% rispetto allo stesso periodo del 2009, e le importazioni hanno registrato una crescita del 35,2% anno su anno (+13 % rispetto a luglio). Si conferma così una maggior domanda ai paesi esteri di materie prime ma anche di beni quali macchinari, automobili e prodotti elettronici da parte della Cina. Di conseguenza il surplus commerciale del paese asiatico è calato, producendo un avanzo commerciale di 20 miliardi di dollari.
I dati commerciali rappresentano un segnale positivo per i partner stranieri della Cina, in quanto permette un maggior equilibrio dei flussi commerciali mondiali e configura la popolazione cinese come un ideale ed ingente bacino di consumatori di merci estere.