Le principali notizie e informazioni di natura economica, finanziaria, giuridica e politica relative alla Cina
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venerdì 11 novembre 2011

Aprire una società commerciale in Cina

Con i costi elevati per l’apertura di un RO in Cina, sempre più investitori prediligono la società commerciale. Ecco alcuni dettagli per la costituzione di una FICE. 

Dopo che negli ultimi anni il governo cinese ha introdotto diverse limitazioni ai RO delle imprese straniere, una valida alternativa per gli investitori è quella della FICE (Foreign Invested Commercial Enterprise), forma societaria che permette di: importare ed esportare, vendere al dettaglio e all’ingrosso, avviare un franchising, svolgere attività di controllo, post vendita e altri servizi sul suolo cinese. Inoltre, la FICE è un’organizzazione economica, grazie ai vantaggi fiscali di cui gode. Ha a disposizione due forme: la WFOE, società a totale partecipazione straniera, o la joint venture con un socio cinese.
La legislazione di riferimento è quella stabilita dalle Disposizioni Amministrative sugli Investimenti Esteri nel Settore Commerciale entrate in vigore nel 2004. Per poter avviare una società commerciale è necessario disporre di una buona base economica, avere una capacità operativa commerciale avanzata e una estesa rete di vendita internazionale. Per quanto riguarda il capitale minimo, i requisiti variano a seconda del settore industriale e su base regionale.
Il processo di costituzione di una FICE si sviluppa in tre fasi: pre-registrazione, registrazione e post-registrazione. Nella prima fase l’imprenditore straniero dovrà rivolgersi alla State Adminsitration for Ibndustry and commerce (SAIC), che verificherà l’accettabilità del nome societario. Ciò che è vincolante in questo caso è il nome cinese e non la sua traduzione, Nella seconda fase l’investitore dovrà fornire la licenza commerciale (o certificato di costituzione), il conto bancario e prove di affidabilità creditizia. Il certificato di approvazione verrà rilasciato dall’ufficio locale del Ministero del Commercio, dopodiché saranno necessari 30 giorni per la registrazione presso la Adminsitration of Industry and Commerce. In seguito alla registrazione e all’ottenimento della licenza commerciale, l’investitore dovrà effettuare altri registrazioni.

giovedì 22 settembre 2011

La ceramica italiana si rafforza in Cina

Sono i BRICS la salvezza delle aziende del settore della ceramica italiano: con l’esportazione e la delocalizzazione nei Paesi emergenti si può uscire dalla crisi. 

Il futuro della ceramica italiana dipende in buona sostanza dall’export, forte soprattutto nei BRICS, dove la Cina primeggia con tassi di crescita del settore dell’80%. E’ quanto emerge dalla fiera mondiale della ceramica di Bologna, Cersaie, dove la maggior parte dei visitatori è di origine straniera.
Il settore della ceramica, che ha visto nel 2010 ricavi pari a 6,5 miliardi di dollari, detiene un terzo del mercato nel commercio internazionale ed esporta l’80% dei propri guadagni. La maggior parte delle aziende presenti in fiera dichiara di puntare molto sui mercati esteri, dove non solo esportano ma anche producono. L’espansione all’estero riguarda sia i vicini Paesi europei (come Spagna, Francia e Russia) che le nazioni emergenti; in Cina, ad esempio, molte aziende aprono joint-venture con partner locali. La qualità italiana risulta, quindi, sempre apprezzata e può contare oggi anche sull’apporto tecnologico che permette di creare nuove strutture, nuovi materiali e lavorazioni particolarmente innovative.
L’orientamento all’estero, però, è molto spesso dettato dalle difficili condizioni con cui le aziende sono costrette a lavorare in Italia; nel nostro Paese i costi legati all’energia sono superiori anche del 30% rispetto ad altre nazioni e manca un Sistema in grado di tutelare le realtà imprenditoriali, anche dalla forte concorrenza asiatica che avanza. Le istituzioni sono assenti e l’intricata situazione politica attuale non aiuta a sostenere le imprese.

mercoledì 10 agosto 2011

Ferretti: partnership cinese

Il gruppo italiano Ferretti sta attraversando una fase molto delicata: a causa dell'enorme debito è stato deciso di aumentare il capitale e di avviare le trattative con la società cinese Shantui Heavy Industry Group.

Il gruppo italiano Ferretti, detentore dei marchi di yacht Pershing, Cnr, Riva, Bertram, Itama e Mochi, sta attraversando una fase molto delicata. Dopo la ripresa dalla procedura di fallimento che ha colpito il Gruppo nel 1999, Ferretti si trova nuovamente a fronteggiare la pressione finanziaria.
A causa della crisi economica e il conseguente drastico calo degli ordini a livello mondiale, il Gruppo deve risanare un debito che ammonta, oggi, a 600 milioni di euro. Secondo alcune stime il margine operativo lordo previsto per il 2011 ammonterebbe a 50-60 milioni di euro, non sufficienti per dare respiro alle finanze.
Per questo motivo è stato deciso di aumentare il capitale e di avviare le trattative con la società cinese Shantui Heavy Industry Group, una delle venti maggiori aziende cinesi, che parteciperebbe alle quote societarie con un apporto di 100 milioni di euro. La società cinese, con sede a Pechino, otterrebbe l’esclusiva per quanto riguarda la produzione e la vendita degli yatch firmati Ferretti in tutta l’Asia.
La Cina, nuovo gigante economico mondiale, gioca un ruolo sempre più centrale nello scenario economico globale. Attraverso questa joint-venture il gruppo Ferretti potrebbe risanare le casse e raggiungere nuovi mercati.

lunedì 1 agosto 2011

Nissan punta sulla leadership in Cina

Nissan ha conseguito un record di vendite nel primo semestre del 2011: +12,1% rispetto allo stesso periodo del 2010. Carlos Ghosn, ad di Nissan, ha precisato che “la Cina è elemento chiave nel nostro piano complesso di sviluppo e continuerà a essere il nostro primo mercato”.

La casa automobilistica giapponese Nissan, pur avendo subito ingenti danni in seguito al terremoto che ha messo in ginocchio il Giappone, ha conseguito un record nel primo semestre del 2011: la produzione è aumentata dell’11,1% e le vendite del 12,1% rispetto allo stesso periodo del 2010.
Gli ottimi risultati sono da attribuirsi alla politica strategica internazionale, in particolare per quanto riguarda i mercati del Sud-est asiatico, dove si prevede di triplicare le vendite nei prossimi anni.
Carlos Ghosn, ad di Nissan, ha inoltre precisato che “la Cina è elemento chiave nel nostro piano complesso di sviluppo e continuerà a essere il nostro primo mercato”. La casa automobilistica è infatti presente sul mercato cinese da ben otto anni attraverso una joint-venture con Dongfeng Motor. I vertici di Nissan puntano a un aumento della quota di mercato del 10% attraverso un investimento di circa 8 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni: ciò permetterebbe, secondo le previsioni, incrementare le vendite da 1,2 a 2,3 miliardi di unità e raddoppiare la penetrazione in Cina.
Il piano prevede, inoltre, una maggiore presenza sul mercato attraverso l’aumento del numero di concessionari Dongfeng Motor da 1.400 a 2.400. Per sostenere le vendite, la produzione verrà supportata da due nuovi stabilimenti rispettivamente a Guangzhou e nella provincia di Hubei e attraverso una nuova linea di assemblaggio nell’impianto esistente di Changzhou.

mercoledì 13 luglio 2011

Fiat lancia la 500 anche in Cina

Il Gruppo Fiat ritorna in Cina con il modello che più la rappresenta: la Fiat 500. La vettura sarà presentata sul mercato a settembre ma l’azienda torinese ha lanciato, nel frattempo, un’edizione speciale in versione limitata.

E’ stata presentata nei giorni scorsi a Shanghai la nuova Fiat 500 destinata al mercato cinese, con la quale l’azienda torinese intende farsi strada nel Dragone per promuovere il marchio. Si tratta della “First Edition”, una versione limitata a soli 100 veicoli che è stata creata in vista del lancio ufficiale della 500 in Cina, previsto per il 15 settembre prossimo. La vettura Limited Edition è legata, infatti, ad un’iniziativa promozionale che prevede l’estrazione di alcuni fortunati, tra chi ordinerà una 500 entro il 12 luglio, che potranno sostituire l’auto acquistata con la sfiziosa “First Edition”. L’auto è disponibile esclusivamente in bianco perlato tristato, con interni in pelle rossa e alcuni motivi grafici realizzati da 5 giovani designer cinesi.
La 500 per la Repubblica Popolare è stata realizzata dal gruppo Fiat-Chrysler assieme al partner cinese GAC (Guangzhou Automobile Group). La vettura che verrà commercializzata dall’autunno è stata progettata sulla base della 500 Lounge ed è prodotta in Messico, a Toluca; avrà un prezzo a partire da 190.000 yuan e offrirà tre tipi di allestimenti (Pop, Sport e Lounge), 12 colori esterni, 9 combinazioni di colori per i sedili e 2 per gli interni. Sono previste, inoltre, numerose altre versioni speciali, tra cui il modello convertibile 500 c e la lussuosa 500 by Gucci.
Il ritorno di Fiat in Cina segna la fine di tre anni di assenza dal Dragone del marchio italiano, giustificati dal flop della partnership con Nanjing nel 2007. Oggi il Gruppo si sente più solido, grazie anche all’alleanza con Chrysler e alle innovazioni sviluppate negli ultimi anni nell’ambito della tecnologia verde (gamma Natural Power e motori TwinAir). Dopo la 500, Fiat lancerà sul mercato cinese una nuova berlina progettata con GAC esclusivamente per la Repubblica Popolare, che verrà commercializzata nel 2012 e prodotta nello stabilimento di Changsha.

martedì 12 luglio 2011

Nestlé si espande in Cina

Nestlé vuole aprirsi la strada verso il mercato cinese ed ha avviato negoziati per l’acquisto della quota maggioritaria di Hsu fu Chi, azienda dolciaria locale.

Nestlé, azienda leader mondiale nel settore dell’agroalimentare, ha avviato una fase di espansione in Cina, Paese che negli ultimi anni ha visto aumentare la domanda di prodotti dolciari. La conquista del mercato cinese è iniziata con l’avvio dei negoziati per l’acquisizione del 60% della compagnia cinese Hsu Fu Chi, una delle maggiori aziende locali del comparto, fondata nel 1992 a Dongguan, nel Guangdong, e oggi quotata sulla piazza di Singapore. Per l’acquisto della quota maggioritaria, il colosso svizzero comprerà il 16,48% delle azioni dalla compagnia cinese ed il restante 43,52% dagli azionisti di Baring Private Equity e Arisaig, per un’offerta totale pari a 1,2 miliardi di euro, ovvero 4,35 dollari di Singapore ad azione.
La Hsu fu Chi manterrebbe comunque il 40% restante e il fondatore taiwanese Hsu Chen rimarrebbe nel consiglio di amministrazione della joint-venture. Infatti, l’azienda svizzera vuole sfruttare la popolarità del brand cinese nel Dragone ed espandersi attraverso la catena di distribuzione della stessa. Inoltre, Nestlé assicura che non porterebbe alcun tipo di cambiamento interno, ma anzi, secondo l’accordo, aggiungerà quattro nuove fabbriche e creerà16.000 nuovi posti di lavoro.
L’obiettivo dell’azienda svizzera è quello di ampliare il proprio portafoglio di brand sia locali che internazionali.
Tuttavia, l’accordo non è ancora definitivo e serviranno ancora dai tre ai cinque mesi per avere la conferma. Servono, infatti, l’approvazione del Ministero del Commercio cinese e quello della Corte delle isole Cayman, oltre che degli azionisti di Hsu Fu Chi. Non sussistono in realtà grandi difficoltà, in quanto il mercato di riferimento è un mercato di nicchia e la compagnia coinvolta è taiwanese.
Se andrà a buon fine, l’avventura di Nestlé potrebbe essere di ispirazione anche a marchi italiani del settore che vogliano espandersi nei mercati emergenti come quello cinese.

lunedì 4 luglio 2011

Più spazio alle joint-venture in Cina

Tra i diversi strumenti che si presentano oggi agli operatori stranieri interessati alla Cina, la joint-venture è tra le strategie più indicate, sia in termini di vantaggi che di riduzione dei rischi per entrambi i partner.

Investire in Cina oggi significa avviare una presenza complessa e articolata sul mercato, che si allontana sempre più dalla semplice delocalizzazione a basso costo, con cui i primi stranieri si affacciarono al Paese asiatico vent’anni fa. Oggi che l’obiettivo principale è produrre in loco per il mercato locale, o comunque vendere un prodotto di qualità realizzato all’estero, sono diverse le strategie che si presentano dinnanzi agli operatori esteri.
Tuttavia, la tendenza verso cui ci si sta orientando attualmente è quella della diminuzione delle acquisizioni per puntare maggiormente sulle joint-venture. Le prime, infatti, sono in netto calo tra le aziende europee, in quanto le imprese cinesi sono iper valutate, tanto da tenere lontane perfino le banche, e comunque non sempre in vendita da parte degli imprenditori che in pochi anni hanno avuto successo partendo da zero.
La soluzione migliore è quella, quindi, di creare una società terza per perseguire un progetto definito che porti vantaggi ad entrambi i contraenti. Da un lato, le aziende straniere hanno bisogno della produttività, e in qualche caso della liquidità delle imprese cinesi, e dall’altro, i cinesi vogliono il know-how e la qualità delle aziende estere. Sebbene fino a qualche anno fa le jv non erano le benvenute in Cina e il rischio di fallimento era quasi una certezza, ora la Repubblica Popolare ha fatto qualche passo in avanti per tutelare questa forma di collaborazione, introducendo una legislazione più efficace e attenta ai patti parasociali. I rischi di una società mista sono minori rispetto all’acquisizione, e anche gli stessi investitori stranieri hanno più spirito critico e investono nelle proprie risorse umane anziché affidarsi completamente ai cinesi.
Per quanto riguarda gli italiani, però, permane ancora una forte reticenza nel fondare una jv sino-italiana; molti imprenditori non si fidano sufficientemente dei partner cinesi e preferiscono fare di testa propria, con conseguenti fallimenti.

venerdì 5 novembre 2010

Le imprese cinesi sono poco innovative

Gli investimenti cinesi in scienza e tecnologia sono stati scarsi negli ultimi due anni, con il risultato che le imprese hanno poca capacità innovativa. Ciò può rappresentare un’opportunità per le imprese italiane innovative interessate alla Cina.

Durante la 12ma Conferenza dell’Associazione della Scienza e Tecnologia di Fuzhou, tenutosi il 1°novembre scorso, il ministro della Scienza e Tecnologia cinese, Wan Gang, ha dichiarato che le imprese cinesi hanno ancora scarsa capacità innovativa. Nonostante nel 2009 gli investimenti in questi ambiti da parte delle finanze centrali cinesi siano stati pari a 15 miliardi di yuan, mentre quelli totali in ricerca e sviluppo tecnico-scientifico siano ammontati a 58 miliardi di yuan, la competitività dal punto di vista dell’innovazione non è ancora sufficiente.
La criticità delle imprese cinesi può essere un vantaggio però per gli operatori esteri, in quanto la necessità di innovare e di disporre di conoscenze e know-how di alto livello potrebbe favorire la stipulazione di forme di collaborazione internazionale, quali sono: accordi interaziendali, licenze, e joint venture. Quest’ultima possibilità è una delle modalità di ingresso più utilizzata dalle aziende straniere in Cina, sostenuta peraltro da numerose leggi del Paese e dall’impulso dato dall’ingresso della Cina nella WTO nel 2001. Tramite le joint venture, i soci stranieri solitamente apportano capitale ma anche tecnologia, innovazione e know-how, beneficiando di un partner cinese ben consolidato sul mercato e con una conoscenza diretta della domanda, dei canali distributivi e delle strategie di marketing più adatte.
Relativamente all’innovazione, un importante incontro per le imprese italiane interessate alla Cina si terrà il prossimo 8 novembre presso l'Auditorium della Tecnica di Confindustria. Si tratta del “Forum dell’innovazione Italia-Cina”, uno degli incontri organizzati per l’Anno Culturale Cinese in Italia, a cui presenzierà proprio il ministro Wan Gang assieme alle istituzioni italiane. Tra i temi che verranno trattati si segnalano: efficienza energetica e fonti alternative; scienze della vita; design; e-government.