Le principali notizie e informazioni di natura economica, finanziaria, giuridica e politica relative alla Cina
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giovedì 5 maggio 2011

Tre nuovi centri italo-cinesi per le PMI

La collaborazione tra amministrazione italiana e quella cinese ha dato il via all’apertura di tre centri che sosterranno le PMI italiane e cinesi e ne incentiveranno le relazioni.

Lo scorso 25 aprile il Ministro italiano per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, Renato Brunetta, assieme al ministro cinese della Scienza e della Tecnologia, Wan Gang, ha inaugurato a Pechino il nuovo centro italo-cinese sul trasferimento tecnologico. Si tratta di un supporto per le PMI italiane e cinesi che promuoverà le relazioni tra le diverse realtà nell’ambito della tecnologia e della protezione della proprietà intellettuale. Il Centro offrirà un’assistenza giuridica, tecnica e amministrativa che ridurrà il rischio legato alla proprietà intellettuale; inoltre, si occuperà anche della promozione, tutela e valorizzazione delle imprese sul territorio.
Altra inaugurazione è stata quella per il nuovo centro di Shanghai, anch’esso frutto della cooperazione tra l’amministrazione italiana e quella cinese, dedicato al design e dell’innovazione. E’ invece in previsione un terzo centro di e-governament e cloud computing.
Affiancheranno le tre realtà le rispettive sezioni italiane, che verranno aperte a Roma (per il design e l’innovazione), a Milano (per il trasferimento tecnologico) e a Torino (per l’e-governament e cloud computing).

venerdì 18 marzo 2011

In Cina più tutela di marchi e proprietà intellettuale stranieri

Negli ultimi anni la Cina sta dimostrando una minor tolleranza nei confronti di fenomeni quali la contraffazione e la concorrenza sleale a danno delle imprese straniere; la recente vittoria giudiziaria di Ariston sembra confermarlo.

Nella Repubblica Popolare Cinese si sta assistendo ad un’evoluzione giudiziaria riguardante il rafforzamento della tutela di marchi e proprietà intellettuale, anche stranieri. Il 31 marzo prossimo, infatti, si concluderà un’importante campagna promossa dal governo cinese il cui lo scopo era diffondere l’importanza della tutela di proprietà intellettuale e dimostrare l’impegno delle autorità cinesi in questo ambito dinnanzi alla comunità internazionale. Difatti, tra le principali difficoltà riscontrate dagli investitori esteri in Cina si rilevano la contraffazione di marchi e la concorrenza sleale, tuttora fenomeno molto diffuso. I tribunali locali, inoltre, hanno sempre manifestato un certo favoritismo nei confronti di soggetti locali, compromettendo le attività straniere. Ora, però, sembra che le cose siano migliorate, grazie anche a nuove interpretazioni di leggi emanate in materia; negli ultimi anni, la Corte del Popolo di Shanghai e le autorità dei grandi centri urbani hanno dimostrato di risolvere le controversie con professionalità ed imparzialità, garantendo la certezza della giustizia agli operatori esteri.
Un esempio di recente rilievo per il nostro Paese è la vittoria giudiziaria di Ariston: un competitor cinese del gruppo tricolore, infatti, aveva utilizzato per anni il nome “Arisitun”, commerciando prodotti quasi uguali all’impresa italiana. M&B Marchi e Brevetti srl e Ariston Thermo China Co. Ltd, quindi, hanno deciso di citare in giudizio la concorrente ottenendo dal tribunale di Shanghai la condanna di Foshan Shunde Arizhu Electric Appliance Co.Ltd per contraffazione del marchio, concorrenza sleale e uso di ragione sociale simile al marchio italiano. L’azienda cinese è stata condannata a risarcire 300.000 yuan, a cancellare il proprio sito web e a pubblicare l’ammissione dell’atto di contraffazione e concorrenza sleale. Si tratta di una vittoria doppiamente significativa, in quanto rappresenta il primo caso per aziende produttrici di beni di riscaldamento e comfort; infatti, rimangono ancora i prodotti di beni ad alta tecnologia i più tutelati e con una protezione estesa del marchio.
Nonostante il clima di cambiamento, comunque, si consiglia sempre di tutelarsi sin dall’inizio delle proprie attività nel Paese asiatico, registrando i propri marchi e i titoli di proprietà industriale, anche stipulando contratti previsti dall’ordinamento cinese.

lunedì 10 gennaio 2011

K-MGMT shi shen me? Che cos’è il K-MGMT?

Per “K-MGMT”, o per meglio dire Knowledge Management, si intende la capacità di un’azienda di ritenere il capitale intellettuale generato dai propri dipendenti una volta terminato l’impiego. Esiste un’ulteriore distinzione tra “capitale umano” e “capitale strutturale”, il primo legato all’inventiva e le conoscenze delle persone, il secondo ai processi e alle strutture organizzative che animano l’azienda e le permettono di generare knowledge e realizzare il proprio vantaggio competitivo. Manco a dirlo né le sussidiarie cinesi delle grandi multinazionali, né tanto meno delle PMI Italiane hanno mai prestato troppa attenzione alla questione sottostimandone il potenziale e coinvolgendole in maniera limitata nei processi di new product development. Ciò è dovuto principalmente al fatto che benché l’export cinese manifesti un’alta componente di prodotti ad alta intensità tecnologica, è controbilanciato da un import consistente di “intermediate goods” (semiconduttori, microprocessori,..): Cina-piattaforma d’assemblaggio, questa l’accezione più comune. Ma ha ancora senso ragionare in questi termini? No. Prima di tutto perché l’innovazione rientra tra le priorità della nuova strategia cinese; non ci si può più riferire all’R&D cinese come Receive and Duplicate laddove quest’anno è avvenuto il sorpasso sulla Germania per numero di brevetti e gli investimenti governativi preventivati per l’anno prossimo sono più alti che in Giappone. In secondo luogo le strategie aziendali stanno, e devono, cambiare per rispondere alla crescita della domanda interna e lo sviluppo dei mercati del consumo; la Cina è ancora il miglior posto dove produrre in termini di costo del lavoro e infrastrutture, ma lo sarà ancora per quanto? E con la crescita delle regolamentazioni, la delicata questione-exchange e la distanza geografica che rimane alta, ma affiancata da bassa protezione legale, i vantaggi di una delocalizzazione volta alla ricerca del cost-advantage non sussistono più in una gran parte dei casi. In terza istanza esiste la possibilità di beneficiare di quelle esternalità di network sorte di conseguenza all’agglomerazione di aziende dello stesso settore (per esempio i distretti IT delle multinazionali Taiwanesi) che possono diventare risorsa esterna di knowledge.
E’ importante, dunque, essere preparati al futuro e iniziare ora a mettere in moto il cambiamento. Le aree di criticità da tenere in considerazione per un’efficace implementazione delle pratiche di KM nella sussidiaria cinese sono una struttura organizzativa e di incentivi capace di riconoscere e apprezzare il contributo dei propri impiegati e sistemi di supporto IT sofisticati, ma più user friendly, spostando l’attenzione dalle classiche operazioni di data storage a un minor numero di transazioni con un’alta interazione umana. Banale quanto può sembrare la lingua e la distanza culturale costituiscono ancora ostacoli importanti su cui è strettamente necessario investire perché, con un maggior coinvolgimento dei dipendenti cinesi, da “local-to-local” l’innovazione possa diventare key success factor da replicare altrove nell’azienda.
I 4 passi fondamentali di un approccio vincente al KM
Step 1: Identificare l’impatto del knowledge sul successo aziendale
Step 2: Svolgere un’audit interna sul knowledge generato
Step 3: Mettere in moto il cambiamento top-down
Step 4: Diffondere una nuova cultura di knowledge sharing all’interno dell’organizzazione perché si generi un circolo virtuoso e l’innovazione sia stimolata anche bottom-up

A cura di Marta Caccamo

venerdì 27 agosto 2010

Schneider's paradox

Shanghai, 27 Agosto h.11.00
Accendete una lampadina. Con tutta probabilità a permettervi di farlo è la Schneider, azienda francese leader globale negli impianti a basso-medio voltaggio.
Quello che forse non sapete è che la stessa Schneider è stata protagonista di un caso eclatante nella terra del Dragone, e ben rappresenta uno dei mille e più paradossi che la caratterizzano.
Chi viene in Cina (e anche chi non lo fa) convive giorno per giorno con il terrore dei furti di proprietà intellettuale: come difendersi dai "nemici cinesi"? Come perseguirli? E soprattutto...come farlo senza spendere?
Se pensate che il problema sia solo questo siete sulla strada sbagliata. Registrare i propri brevetti non è solo una irrinunciabile necessità a scopo difensivo, ma anche una corsa contro il tempo. Le aziende cinesi, vista la lucrativa opportunità, non ci pensano due volte a ottenere licenze per i diritti su tecnologie e prodotti già sfruttati all'estero e sono pronte a rivendicarli alla prima occasione, come in questo caso.
Condannata a 330 milioni in primo grado, la Schneider se l'è cavata con 157,5 milioni di Yuan (17,5 milioni di Euro nel 2009) in corte di appello per aver violato l'esclusiva posseduta dalla cinese Chint. Se di svista vogliamo parlare, il costo delle vendite in Cina per i nostri vicini francesi è stato ben caro.
Prendere nota. Lesinare sui brevetti non è una buona strategia, no.

A cura di Marta Caccamo