Le principali notizie e informazioni di natura economica, finanziaria, giuridica e politica relative alla Cina
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mercoledì 11 aprile 2012

Rapporto Annuale della Fondazione Italia Cina

La Cina, che fino a poco tempo fa rappresentava principalmente una piattaforma di produzione, approvvigionamento ed esportazione, diventa sempre più rilevante quale fonte di IDE.

Secondo quanto è emerso dal Rapporto Annuale della Fondazione Italia Cina - che raccoglie ricerche, analisi di rischio e previsioni nel breve-medio periodo sul Dragone - l’economia cinese, quest’anno, continuerà a crescere a un tasso superiore al 7%, come è previsto anche dal Dodicesimo Piano Quinquennale. Le esportazioni, che lo scorso anno sono cresciute del 20,3%, considerato il probabile indebolimento della domanda estera, dovrebbero incrementare del 10%. Gli IDE (investimenti diretti esteri), che nel 2011 hanno registrato un tasso di crescita piuttosto alto (del 13,15%), continueranno a ad aumentare: secondo il World Investment Report 2011 dell’UNCTAD, il Dragone - preceduto solo dagli Stati Uniti quanto ad attrazione di investimenti diretti esteri - rimarrà, per i prossimi tre anni, tra le destinazioni maggiormente gettonate per gli IDE.
Per quanto riguarda l’inflazione, si prevede che quest’anno resterà stabile all’4-5%; inoltre, è probabile che Pechino continui la rivalutazione dello yuan rispetto al dollaro americano.
Infine, il costo del lavoro crescerà ancora grazie a un mercato sempre più dinamico e agli sforzi del Governo per aumentare i livelli salariali e tutto quanto comporta il rispetto dei diritti dei lavoratori: Pechino si sta impegnando ad aumentare i salari minimi ogni anno e punta a raggiungere un raddoppio degli stessi entro la fine del 2015.

lunedì 22 agosto 2011

Controtendenza: le imprese occidentali si allontanano dalla Cina

L’inflazione e il rallentamento economico cinesi preoccupano gli investitori esteri e così si chiudono numerose fabbriche straniere nel Dragone.

I recenti avvenimenti economici che riguardano la Cina fanno registrare un cambiamento di tendenze tra gli operatori commerciali dell’Occidente. Se fino a poco tempo fa la Repubblica Popolare era la meta prediletta degli investimenti esteri, tanto per un vantaggio economico quanto per prospettive di crescita, ora nuove difficoltà mettono in allarme le imprese.
Sebbene l’economia cinese sia trinata da un Pil ancora n crescita dell’8% secondo le stime ufficiali, l’inflazione, che si aggira attualmente al 6,5%, è una delle principali fonti di preoccupazione delle aziende. I prezzi dei beni di consumo aumentano vertiginosamente, soprattutto quelli dei generi alimentari, e di conseguenza i consumi calano e i lavoratori chiedono aumenti del salario. Nel 2007 il salario medio cinese era di 0,72 dollari l’ora, mentre si stima che nel 2015 arriverà a 8,16 dollari orari. In sostanza, si calcola che il vantaggio competitivo delle imprese occidentali presenti in Cina si riduce del 15% del costo del lavoro. Sono 265 le aziende che hanno già chiuso le sedi cinesi, tra cui note multinazionali: Wham-O, nel settore dei giocattoli, ha aperto i nuovi stabilimenti in California e Michigan; Catrepillar in Carolina del Nord e Flextronics in Messico, e Ikea ha ridotto del 20% i suoi acquisti in Cina.
Mentre il Dragone perde competitività, c’è chi, però, attira investimenti stranieri grazie a prezzi concorrenziali: si tratta dei nuovi emergenti come Vietnam, Cambogia e Indonesia, Paesi che offrono opportunità interessanti alla stregua della Cina di qualche anno fa, seppure con una perdita in qualità dei prodotti.

mercoledì 11 maggio 2011

Il Dragone ha raggiunto il punto di svolta di Lewis

Sempre più economisti sostengono che la Cina abbia ormai raggiunto il punto di svolta di Lewis, secondo il quale l’epoca della manodopera a costi ridotti sia ormai giunta al termine.

Anche le previsioni di Ba Shusong, senior economist del Centro per la Ricerca e lo Sviluppo del Consiglio di Stato, confermano che la Repubblica Popolare Cinese non possa più disporre di lavoratori a basso costo, ma dovrà ora fare i conti con la scarsità di manodopera. L’allarme era già stato dato da diversi economisti negli anni scorsi: il primo nel 2004, quando lo stesso governo aveva riscontrato un primo calo della forza lavoro cinese, poi è stata la volta della ricerca di Credit Agricole del marzo scorso, secondo cui entro il 2014 la Cina avrà un netto disavanzo tra domanda e offerta di lavoratori.
Ora la conferma di Ba arriva dopo la pubblicazione dei dati del Censimento Nazionale 2010: la popolazione cinese sta invecchiando, con conseguente fine del surplus di forza lavoro, e i salari aumentano di pari passo con lo sviluppo economico del Paese; nel 2010, infatti, i redditi rurali sono cresciuti del 10,9%, mentre quelli delle città del 7,8%. Tale quadro rafforza l’inflazione, che difficilmente può essere contenuta con i salari in aumento. Il fenomeno a cui il Dragone sta assistendo è conosciuto come “punto di svolta di Lewis” e avrà come conseguenza un rallentamento della crescita economica.
Ciò spiega ulteriormente gli sforzi delle autorità di Pechino nel portare l’economia ad un sistema basato sui consumi interni anziché sulle esportazioni, situazione che si potrà verificare solo con un’equa distribuzione del reddito su tutto il territorio nazionale.

mercoledì 2 marzo 2011

Nuovo aumento dei salari minimi in Cina

Per far fronte alla recente crisi inflazionistica e alla diminuzione del consumo interno, le autorità cinesi hanno deciso di aumentare i salari minimi a partire da tre grandi città: Shanghai, Pechino e Nanchino.

Per raggiungere l’obiettivo di rafforzamento della domanda interna del Paese, esplicitata nel dodicesimo Piano Quinquennale, la Cina comincia intervenendo sugli stipendi dei lavoratori. Shanghai, Pechino e Nanchino saranno le tre città che nei prossimi mesi vedranno crescere il salario minimo mensile; la scelta di applicare la nuova misura in queste tre metropoli è dovuta al fatto che proprio qui si è registrata maggiormente la crisi inflazionistica dei mesi precedenti, con conseguenze negative sui prezzi e, quindi, sul consumo interno.
A Shanghai il salario aumenterà già dal 1 aprile prossimo e vedrà un innalzamento pari al 14% mensile, che porterà lo stipendio a 1.280 yuan (130 euro); la paga oraria crescerà, così, del 22% arrivando a 11 yuan. A Pechino, invece, l’applicazione della nuova paga si verificherà posteriormente ed i salari, attualmente pari a 800 yuan mensili (80 euro), aumenteranno del 10%; a Nanchino, invece, gli stipendi passeranno da 850 a 960 yuan.
A seguire, l’aumento dei salari minimi si estenderà progressivamente ad altre regioni, tra cui la provincia dello Zhejiang e quella del Guangdong.
Si tratta di una nuova misura, quella dell’aumento delle paghe dei lavoratori, che andrà a riguardare anche tutte le realtà produttive straniere presenti in Cina; l’aumento del costo del lavoro, infatti, sarà uno dei fattori che maggiormente incideranno sugli investimenti esteri nei prossimi anni.

giovedì 30 dicembre 2010

Novità in azienda: salario minimo aumentato e niente inglese

Le autorità cinesi stanno introducendo in questi giorni alcune novità che interessano da vicino le aziende straniere in loco: a Pechino il salario minimo aumneterà di oltre il 20% mentre verranno previste nuove sanzioni per chi userà la lingua inglese.

Per il 2011 la competitività in Cina si prevede piuttosto elevata, a causa di alcune misure intraprese dal governo centrale in questo periodo di fine anno.
La prima di queste è l’aumento del salario minimo, tendenza che ha caratterizzato il mondo lavorativo del Paese negli ultimi mesi. Dopo l’innalzamento di sei mesi fa, infatti, a Pechino dal primo gennaio prossimo il salario aumenterà del 21% (200 yuan) passando così a 1.160 yuan mensili (175 dollari) e la paga oraria dovrà superare i 6,7 yuan. Tale novità interesserà circa 3 milioni di lavoratori cinesi. Accanto a Pechino, altri sono i centri interessati da questo orientamento: sono stati annunciato aumenti nella Provincia del Guangdong e anche ad Hong Kong, dove dal primo maggio 2011 verrà introdotto il salario minimo a 28 dollari locali l’ora.
L’aumento salariale è stato deciso al fine di ridurre gli squilibri sociali della Cina, stimolare i consumi e rafforzare la domanda interna; l’effetto di ciò potrà comportare, inoltre, la crescita competitiva delle aree produttive ma anche l’intensificarsi delle spinte inflazionistiche.
Altra novità riguarda invece la visibilità delle aziende straniere nel Paese asiatico: una direttiva dell’Amministrazione generale della stampa vieta ora su giornali, riviste, libri e siti web cinesi l’utilizzo di parole inglesi. Ciò significa che anche alcuni marchi internazionali e acronimi saranno interessati dal divieto. Le aziende che non rispetteranno la normativa verranno sanzionate duramente anche se si potranno usare eccezionalmente alcune parole seguite da traduzione o da una spiegazione in cinese. La censura probabilmente creerà non pochi problemi logistici legati alla pubblicità e al brand, che dovranno essere aggirati con espedienti quali l’utilizzo di marchi specifici per il mercato cinese.

venerdì 3 settembre 2010

Nuova proposta di legge per il contratto collettivo: le autorità cinesi verso la riduzione dei conflitti tra imprese e operai

A Shenzhen, nel Guandong, sono state proposte nuove norme per i contratti di lavoro, al fine di evitare il sorgere di conflitti. In seguito a mesi di scioperi e manifestazioni di dissenso da parte dei lavoratori cinesi in campo industriale, si annunciano, dopo la decisione di aumentare il salario minimo in 30 municipalità, ulteriori cambiamenti. Questa volta al centro dell’attenzione è la Zona Economica Speciale di Shenzhen, sede di ingenti investimenti stranieri e importante centro manifatturiero. Le autorità locali, infatti, hanno emanato una proposta di legge che prevede una contrattazione annuale sul contratto collettivo oltre ad una serie di procedimenti per la negoziazione periodica degli aumenti di salario. Se, infatti, le aziende straniere hanno reagito alle manifestazioni operaie con tolleranza e andando incontro ai lavoratori, le imprese cinesi non hanno fatto altrettanto adottando, invece, misure repressive. Per questo, si rendono necessarie normative che ristabiliscano l’equilibrio tra aziende e operai. Oltre a Shenzhen, sembra che procedure simili si stiano mettendo in pratica anche a Shanghai, Tianjin e Xiamen.
E’ importante che anche le aziende italiane presenti sul territorio cinese siano al corrente di queste nuove norme e inizino a vedere il lavoratore cinese non più come risorsa a basso costo; difatti, nel giro di pochi anni il benessere ed il processo di democratizzazione nel paese potrebbero espandersi in modo esponenziale e ciò significherà che la popolazione cinese sarà sempre meno disposta ad essere “sfruttata”.