Le principali notizie e informazioni di natura economica, finanziaria, giuridica e politica relative alla Cina
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mercoledì 23 novembre 2011

Lavazza apre 15 coffee shop in Cina

Lavazza Espression si prepara all’espansione in Cina, dove ha recentemente inaugurato 15 nuovi coffee shop a Shanghai, Pechino e Guangzhou.

Lavazza Espression è il marchio lanciato da Lavazza nel 2007 per espandersi in tutto il mondo con un brand che riassumesse lo stile, il design e la qualità di un’azienda italiana. Dopo essere approdata all’estero nei luoghi di maggiore visibilità, come vie centrali, centro commerciali e aeroporti, oggi la catena arriva anche in Cina, dove ha recentemente inaugurato 15 coffee shop nelle zone principali di Shanghai, Pechino e Guangzhou. Lavazza Espression ha scelto come partner per il suo investimento nel Dragone la società Guangdong HongCheng Coffee Catering Investment, Area Developer esclusivo nel Paese asiatico per il brand italiano. L’obiettivo di Lavazza nella Repubblica Popolare è quello di espandere il marchio nei prossimi anni e fidelizzare, in particolare, i giovani consumatori, ovvero la fascia che maggiormente è attratta dalle abitudini occidentali. Nei prossimi cinque anni, inoltre, prevede di aprire altri 200 coffee shops in tutto il Paese.
Tra i motivi che hanno spinto verso questo successo dell’azienda, c’è una particolare attenzione per la continua innovazione di prodotto: in Cina i punti Lavazza Espression non offrono solo il classico caffè ma anche una gamma di bevande e piatti italiani; nei locali si trovano, inoltre, ricettari di caffè e un menu frutto dell’alta cucina italiana e internazionale. Gli ambienti sono estremamente curati e caratterizzati dal design creativo e moderno.
Oltre al mercato cinese, il marchio Espression aprirà locali in Russia, Bulgaria, Stati Uniti, Cile, Argentina e Brasile, grazie alle partnership e ai progetti in via di sviluppo in queste aree.

lunedì 21 novembre 2011

Il vino pugliese si promuove in Cina

La Regione Puglia partecipa con 16 aziende locali del settore vitivinicolo alla prima edizione di World Wine Meetings Asia, in corso a Canton fino al 22 novembre.

La Regione Puglia prosegue nella creazione di importanti forme di cooperazione con la Cina, attraverso programmi di sviluppo e instaurazione di relazioni stabili con le principali istituzioni locali. Dopo aver avviato azioni nell’ambito della green economy, con il presidente Nichi Vendola in prima linea, e aver stipulato un accordo con la Provincia del Guangdong lo scorso giugno, oggi la Puglia si prepara ad affrontare il mercato vitivinicolo, in forte espansione nel Paese asiatico.
Il settore si rivela per il territorio pugliese particolarmente favorevole: la domanda cinese di prodotti agroalimentari provenienti dalla Regione italiana è cresciuta del 319,5% solo nel 2010 e del 1000% negli ultimi 3 anni, segnale della preferenza accordata dai cinesi per bevande e il cibo internazionali.
Per cogliere appieno le opportunità offerte dal Dragone, Sprint Puglia, sportello regionale per l’internazionalizzazione delle imprese, con il coordinamento del Servizio Internazionalizzazione, ha organizzato la partecipazione di 16 aziende pugliesi al World Wine Meetings Asia, in programma a Canton dal 19 al 22 novembre. Si tratta di una borsa d’affari ,programmata dalla Adhesion Asia, dedicata al settore vitivinicolo, che ospiterà 80 produttori provenienti dall’Europa e 100 importatori dal Guangdong, da Hong Kong, da Singapore, dalla Cina centrale e dal Sud-Est asiatico. L’iniziativa vuole, quindi, facilitare gli incontri tra operatori internazionali del vino e importatori sezionati, oltre a dare alle aziende estere una buona occasione per promuoversi in Cina.
La Regione Puglia, che ha aperto la Convention con una presentazione dei propri vini, si è posta come obiettivo l’accompagnamento delle 16 aziende partecipanti, offrendo loro assistenza tecnica nella creazione di contatti e nell’individuazione di forme di collaborazione con i buyer esteri. Inoltre, l’ente desidera sviluppare la conoscenza dei prodotti pugliesi nella Repubblica Popolare attraverso attività formative, commerciali, promozionale e di scouting.

venerdì 11 novembre 2011

Aprire una società commerciale in Cina

Con i costi elevati per l’apertura di un RO in Cina, sempre più investitori prediligono la società commerciale. Ecco alcuni dettagli per la costituzione di una FICE. 

Dopo che negli ultimi anni il governo cinese ha introdotto diverse limitazioni ai RO delle imprese straniere, una valida alternativa per gli investitori è quella della FICE (Foreign Invested Commercial Enterprise), forma societaria che permette di: importare ed esportare, vendere al dettaglio e all’ingrosso, avviare un franchising, svolgere attività di controllo, post vendita e altri servizi sul suolo cinese. Inoltre, la FICE è un’organizzazione economica, grazie ai vantaggi fiscali di cui gode. Ha a disposizione due forme: la WFOE, società a totale partecipazione straniera, o la joint venture con un socio cinese.
La legislazione di riferimento è quella stabilita dalle Disposizioni Amministrative sugli Investimenti Esteri nel Settore Commerciale entrate in vigore nel 2004. Per poter avviare una società commerciale è necessario disporre di una buona base economica, avere una capacità operativa commerciale avanzata e una estesa rete di vendita internazionale. Per quanto riguarda il capitale minimo, i requisiti variano a seconda del settore industriale e su base regionale.
Il processo di costituzione di una FICE si sviluppa in tre fasi: pre-registrazione, registrazione e post-registrazione. Nella prima fase l’imprenditore straniero dovrà rivolgersi alla State Adminsitration for Ibndustry and commerce (SAIC), che verificherà l’accettabilità del nome societario. Ciò che è vincolante in questo caso è il nome cinese e non la sua traduzione, Nella seconda fase l’investitore dovrà fornire la licenza commerciale (o certificato di costituzione), il conto bancario e prove di affidabilità creditizia. Il certificato di approvazione verrà rilasciato dall’ufficio locale del Ministero del Commercio, dopodiché saranno necessari 30 giorni per la registrazione presso la Adminsitration of Industry and Commerce. In seguito alla registrazione e all’ottenimento della licenza commerciale, l’investitore dovrà effettuare altri registrazioni.

giovedì 27 ottobre 2011

L’acquisizione in Cina

L’acquisizione in Cina è un’operazione che permette numerosi vantaggi ma risulta in alcuni aspetti ancora complessa richiedendo tempo e investimenti.

Tra i canali d’ingresso più interessanti che gli imprenditori hanno a disposizione per entrare in Cina, si sta facendo sempre più strada lo strumento delle acquisizioni. Con le riforme economiche e la forte crescita del Paese asiatico, infatti, le operazioni di acquisizione hanno subito una certa accelerazione e in molti casi sono preferite alle greenfield per i vantaggi che offrono. Esse permettono di evitare iter burocratici eccessivamente lunghi e garantiscono un’analisi del mercato più celere e specifica. A ciò va aggiunto che la giurisdizione cinese che riguarda le acquisizioni si sta adeguando al mercato moderno, abbandonando la complessità e la confusione che la caratterizzava fino a qualche tempo fa.
Tuttavia, alcuni aspetti del mondo imprenditoriale cinese rendono questa scelta ancora difficile per molti gruppi occidentali; tra le problematiche riscontrate vi sono: valutazioni elevate, difficoltà gestionale del management locale e l’età giovane degli imprenditori cinesi. Per ovviare a queste criticità risulta necessario conoscere a fondo il mercato locale e tutti i processi e le normative riguardanti questo tipo di operazioni, conoscenze che si stabiliscono nel lungo periodo.
Esistono alcune realtà italiane di successo in questo campo che possono offrire una valido esempio. Biesse, azienda pesarese produttrice di macchinari per la lavorazione del legno, ha recentemente acquisito il 70% di Centre Gain Group, gruppo cinese attivo nel settore da 25 anni. L’azienda italiana è stata per anni sul territorio cinese solo attraverso una filiale commerciale che le permetteva buoni risultati ma non proporzionali alla crescita del mercato locale, dove il boom edilizio ha permesso di raggiungere numeri da record. Dopo anni di impegno da parte delle proprie risorse sul campo nella creazione di relazioni con fornitori e concorrenti, Biesse è riuscita a ottenere credibilità. Ora l’azienda continuerà ad essere guidata da uno dei soci co-fondatori e con l’acquisizione ha ricavato un terreno a Dong Guan, nel Guangdong, importante area industriale.

mercoledì 26 ottobre 2011

Collaborazione nel vitivinicolo tra Italia e Cina

Enoteca Italiana ha firmato un accordo di collaborazione strategica per aprire 100 enoteche italiane in Cina.

Il settore vitivinicolo è particolarmente complesso in Cina, dal momento che la cultura enologica si sta sviluppando solo negli ultimi anni. Per l’Italia, inoltre, il mercato cinese è ancora più difficile in quanto i prezzi elevati e la scarsa conoscenza dei consumatori non permettono al vino Made in Italy di attecchire. Tuttavia, le prospettive sono positive e vedono una crescita del consumo di vino rosso in Cina del 36,4% entro il 2012 e del 38% per i vini bianchi.
Per sfruttare le opportunità e sostenere il comparto vitivinicolo nel Dragone, quindi, è stato fatto un piccolo passo in avanti: il 22 ottobre scorso Enoteca Italiana (Ente nazionale Vini) ha firmato con la Beijing Zhengyuan Youshi, società leader di distribuzione del vino italiano, un accordo di collaborazione strategica che prevede la realizzazione di 100 enoteche italiane. Il progetto riguarderà le principali città della Repubblica Popolare e vedrà l’inaugurazione delle prime 10 enoteche entro il 2011. Con la diffusione di questa catena, si potranno avvicinare i consumatori all’eccellenza italiana e trasmetterne la cultura enologica. Le enoteche daranno una forte spinta al vino Made in Italy, proponendo solo vino italiano e dotandosi dei migliori sommelier.

lunedì 17 ottobre 2011

Hong Kong a caccia di luxury brand italiani

Per risollevarsi dalle continue discese, l’Hong Kong Exchange punta alle quotazioni sul listino dei marchi italiani di lusso, soprattutto nel settore dell’abbigliamento.

Nonostante il calo generalizzato delle borse asiatiche, la piazza di Hong Kong è alla ricerca di nuove quotazioni, preferibilmente di marchi italiani del lusso. Durante l’estate si è assistito alle adesioni di Prada, Samsonite e altre matricole, le cui quotazioni sul listino della Hong Kong Exchange permettono una facilitazione all’espansione in Asia, grazie alla minor complessità burocratica e ad un miglior accesso al mercato asiatico. Prada, ad esempio, ha da tempo in corso una strategia commerciale rivolta al continente asiatico, e in particolare in Cina, che ha portato l’azienda ad avere, quest’anno, il 40% del business proveniente dall’Asia, percentuale che potrebbe salire al 50% nel 2012. Le vendite del brand di moda nella Cina continentale, Hong Kong e Macao sono state di 223 milioni di euro nel primo semestre, con una crescita del 38%, pari al 20% dei ricavi. le previsioni, inoltre, parlano della possibilità di raddoppiare, se non triplicare, le vendite nei prossimi 2-3 anni.
Tra le altre aziende a cui la borsa di Hong Kong sarebbe interessata ci sarebbe un altro marchio di abbigliamento: Versace, al quale si aggiungono nomi come Cavalli e Dolce & Gabbana. Oltre alla moda, interessanti sarebbero, poi, le quotazioni di Ducati e Ferrari.
Tuttavia, l’arricchimento del listino della Hong Kong Exchange porterebbe, dall’altra parte, all’impoverimento di Piazza Affari, già in notevole difficoltà sul fronte dei capitali.

giovedì 29 settembre 2011

European Business in China Position Paper 2011

Pubblicato l’European Business in China Position Paper 2011, che indaga il contesto cinese e le opportunità di business per le imprese europee.

Il 22 settembre scorso si è tenuta a Roma la presentazione dell’European Business in China Position Paper, strumento annuale pubblicato dalla Camera di Commercio Europea in Cina. Nel documento vengono riportate osservazioni ed indicazioni sul clima imprenditoriale cinese, fornite da Gruppi di Lavoro e Forum rappresentativi di vari settori del business europeo in loco e dalla testimonianza di circa 500 aziende attive sul mercato cinese. L’obiettivo del Position Paper è quello di approfondire le prospettive del mercato per poter sviluppare nuovi investimenti.
Ciò che è emerso nel coso di quest’anno è, in sostanza, che il progresso cinese si conferma: le performance delle imprese sono migliorate sia in termini economici che di crescita, così come l’importanza strategica del Dragone a livello internazionale. Tuttavia, parallelamente si registra un’intensificazione della competizione, sia per le aziende locali che straniere, oltre ad un aumento dei prezzi delle materie prime e dei costi delle risorse umane. Inoltre, secondo il 43% dei membri della Camera di Commercio Europea, le politiche governative negli ultimi due anni sono diventate ancora più discriminatorie.
Il documento si ripropone, poi, di fornire dei consigli alle autorità economiche cinesi al fine di incentivare l’apertura del Paese; in particolare si sottolinea l’importanza dei seguenti punti: potenziare l’accesso al mercato, migliorare la trasparenza e la prevedibilità nella legislazione, migliorare l’efficienza delle normative, incoraggiare l’innovazione attraverso la protezione dei diritti della proprietà intellettuale. Infine, il Position Paper vuole anche essere uno spunto per gli operatori economici europei, incitando la promozione degli investimenti sino-europei e lo sviluppo di una politica europea coordinata verso la Cina.

martedì 27 settembre 2011

Olivo Tappeti in Cina

L’azienda di Carmignano di Brenta, Olivo Tappeti, approderà anche in Cina grazie alla collaborazione con un importatore di Hong Kong.

Ulteriore conferma dell’apprezzamento dei cinesi nei confronti del design e della qualità italiana arriva anche dal comparto dei tappeti. L’azienda padovana Olivo Tappeti Snc, che produce e commercializza tappetti lavorati a telaio meccanico, ha recentemente avviato una collaborazione con un importatore di Hong Kong interessato alla tradizione e allo stile dell’impresa.
Olivo Tappeti è una piccola realtà italiana attiva da trent’anni sul mercato, che ha saputo ottenere un ottimo successo arrivando oggi a 9 milioni di fatturato e ad un trend di crescita, nel primo semestre 2011, pari al 10%. L’azienda ha circa dieci dipendenti e dispone di una rete di una trentina di agenti; a livello strutturale possiede un magazzino con capacità di 500mila tappeti pronta consegna e uno show room di 400 mq. L’organizzazione prevede un know how interamente localizzato in Veneto e si avvale di laboratori di proprietà in India ed Egitto per l’approvvigionamento, grazie a joint-venture con produttori locali. Le collezioni di tappeti, inoltre, sono disegnate da tecnici interni e sono a marchio registrato.
Monostante la piccola dimensione aziendale, i prodotti Olivo Tappeti sono presenti nei negozi specializzati di arredamento e di largo consumo, nei supermercati e negli ipermercati italiani ed europei. Infatti, l’azienda ha saputo affermarsi anche sul piano internazionale attraverso rapporti commerciali in Germania, Kosovo, Romania, Russia e Spagna.
L’esempio di Olivo Tappeti Snc dimostra che anche una realtà a conduzione familiare può arrivare ad espandersi in Asia e a sfruttare le opportunità che la Cina offre pure in questo settore.

lunedì 26 settembre 2011

Difficoltà per l’agroalimentare italiano

Nonostante l’alta qualità dei prodotti, il settore agroalimentare italiano in Cina non riesce a decollare a causa di alcuni errori imprenditoriali.

L’agroalimentare italiano in Cina è uno dei settori che più difficilmente riesce a ottenere grandi successi al pari di altri comparti del Made in Italy. Sia nei ristoranti che nei punti vendita, gli articoli italiani sono la minoranza e vengono superati per quantità e convenienza della merce di origine francese e tedesca.
Sebbene la qualità dei prodotti alimentari nostrani sia molto elevata, infatti, sussistono diversi ostacoli confermati recentemente da alcuni progetti fallimentari. Piazza Italia, il lussuoso centro commerciale inaugurato nel 2008 a Chaoyang, ha perso in 14 mesi sei milioni e ha debiti per quattro milioni e mezzo. Il centro era nato dall’idea di un consorzio che racchiudeva marchi quali Crai, Cavit vini, Grana Padano, San Daniele Service, Conserve Italia e Frantoi Artigiani e doveva essere il primo di una serie di punti vendita che avrebbe coperto tutto il Paese. Analogo destino è toccato a Caffè Parma e Gusto Menta, entrambe costrette a chiudere.
I problemi riscontrati in questo settore sono, in sostanza, la scarsa conoscenza del mercato nel momento in cui lo si affronta, a cui è legata anche l’arroganza di alcuni operatori. Inoltre, i prodotti italiani hanno prezzi troppo elevati rispetto ai concorrenti stranieri, motivo per cui sono considerati beni di nicchia.
Simili difficoltà si registrano nel comparto vitivinicolo; la Cina non è un Paese che apprezza il vino da molto tempo ma si sta verificando un cambiamento di tendenze a favore del consumo di bevande alcoliche. Tuttavia, il vino italiano stenta a decollare ancora una volta a causa dei prezzi eccessivi. A ciò si aggiunge la scarsa pubblicità che viene fatta per far conoscere le etichette, che rimangono così sconosciute alla maggior parte dei consumatori.
Per salvare il settore agroalimentare in Cina, quindi, servono più investimenti volti a fare un’analisi adeguata del mercato e a creare campagne pubblicitarie ad hoc.

mercoledì 7 settembre 2011

Nuove acquisizioni per Illy Caffè in Cina

IIly Caffè potenzia la presenza in Cina attraverso lo sviluppo di una rete di punti vendita al dettaglio, con la quale prevede di quadruplicare le vendite.

Il mercato cinese del caffè si sta sviluppando molto velocemente in questi anni, aprendo opportunità per gli operatori stranieri del settore. Sebbene la bevanda non sia ancora particolarmente consumata nel Dragone, dove si preferisce il tè e il caffè viene consumato occasionalmente fuori casa, le abitudini in merito si stanno occidentalizzando. Secondo Euromonitor International le vendite di caffè in Cina hanno raggiunto il valore di mezzo miliardo di euro. Starbucks, ad esempio, ha già 400 coffee-shop distribuiti nel Paese e ora anche Illy caffè vuole potenziare la propria presenza in loco.
Illy Caffè è presente nella Repubblica Popolare da dieci anni ormai tramite il canale wholesale, ovvero nei bar, alberghi, supermercati e uffici, e ha una rete che arriva in circa 12 città dove vende 110 tonnellate di caffè a un migliaio di clienti. Il 2010 è stato un anno d’oro per l’azienda italiana, che ha visto crescere i ricavi dell’8%, per un valore di 305 milioni di euro, e il margine operativo lordo dell’11%, per un valore di 44 milioni, mentre l’utile è raddoppiato a 11 milioni. Per quest’anno si prevede un andamento ancora più positivo, grazie anche al boom del prezzo del caffè. Illy ha deciso comunque di puntare sulla Cina e ha appena acquisito il distributore locale Dachan Espressamente che prenderà il nome di Illycaffè China, con il quale l’azienda punta a quadruplicare gli affari nel giro di cinque anni. La strategia prevede lo sviluppo di una rete di punti di vendita al dettaglio e di attività commerciali di alto livello.

giovedì 23 giugno 2011

Lusso & design: strada in salita per le aziende italiane

Il design italiano ha faticato molto negli ultimi 20 anni per posizionarsi sul mercato cinese, causa strategie sbagliate e una cultura non orientata al lusso della casa. Le tendenze, però, stanno cambiando, lasciando intravedere qualche spiraglio anche per questo settore.

Tra i settori più profittevoli per le aziende italiane in Cina, si parla spesso di luxury, comparto che negli ultimi 5 anni ha avuto un incremento medio del 20% annuo e che ha portato la Repubblica Popolare a posizionarsi al settimo posto a livello mondiale tra i Paesi consumatori. L’ultimo studio della Boston Consulting Group dichiara che il Dragone nel 2010 contava 1,11 milioni di milionari, ovvero il 31% in più che nel 2009. Il settore del lusso, però, può vantare in realtà 100 milioni di consumatori, la cui spesa media è di circa 1000 euro pro capite; di questi, il 60% acquista per ragioni di status sociale, un 20% per necessità e un ulteriore 20% per piacere personale. Questa ultima percentuale rappresenta un mercato che potrebbe accogliere con favore prodotti che vadano oltre l’abbigliamento, i cosmetici e gli accessori, i beni attualmente preferiti dai ricchi cinesi.
Un esempio è dato dal design italiano, in particolare arredamento e luce, le cui aziende, pur avendo investito massicciamente ed essendo presenti in Cina da quasi 20 anni, non hanno ottenuto grandi successi; il comparto, infatti, realizza nel Paese asiatico appena il 4/5% del proprio fatturato. La spiegazione è di matrice culturale: mentre la moda è qualcosa che può essere ostentato immediatamente, l’arredo rimane un aspetto che nel Dragone non viene ancora mostrato all’esterno ma rimane intimo. Se a ciò si aggiunge il costo elevato del design italiano di qualità, si capisce perché grandi nomi del settore che avevano aperto negozi monomarca a Shanghai e Pechino, assieme a società produttrici di mobili e complementi in loco siano state obbligate a chiudere i battenti nel giro di pochi anni.
Tuttavia, le cose stanno cambiando gradualmente: mercati più maturi come Hong Kong e Singapore mostrano un maggior interesse per l’arredo; il Salone del Mobile di Milano ha visto, infatti, una crescita del 10% di visitatori asiatici, la maggior parte dei quali proveniva dalle due metropoli. Il trend dimostra ancora una volta che il vantaggio qualitativo delle aziende italiane le fa preferire alle realtà locali. Inoltre, il cambio di approccio commerciale sperimentato da alcune imprese ha dato buoni frutti: anziché presentarsi in Cina con punti vendita diretti, alcuni hanno scelto la strada dell’intermediario locale, figura che può trovare il punto di incontro tra il prodotto e il consumatore finale. Ulteriore segnale del cambio di tendenza è rappresentato dalla nascita delle facoltà di architettura nella Repubblica Popolare, che fino a qualche anno fa non esistevano, ma che ora stanno immettendo sul mercato giovani designer locali che contribuiranno a far accrescere il settore.

lunedì 9 maggio 2011

Taiwan canale strategico per entrare in Cina

Sta emergendo tra gli operatori italiani l’interesse per l’isola di Taiwan, provincia con notevole sviluppo economico e che può essere un canale privilegiato per penetrare il mercato cinese.

Il Sistema Italia sta implementando in questo ultimo anno i rapporti commerciali con l’isola di Taiwan, la quale si rivela un potenziale partner per penetrare il mercato cinese, e in generale tutto il Sud-est asiatico, con minor difficoltà, soprattutto a livello burocratico.
L’analisi delle opportunità della provincia è emersa nel corso del seminario sullo sviluppo e le opportunità economiche e commerciali con Taiwan, tenutosi a Roma la scorsa settimana e organizzato dall’Ice e dall’ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia. La spinta ad occuparsi di questa piccola isola è venuta dall’accordo firmato da Pechino lo scorso giugno, denominato Economic Cooperation Framework Agreement (ECFA) e volto ad incrementare gli scambi commerciali tra le due realtà attraverso la riduzione ed eliminazione di tariffe e barriere commerciali.
Taiwan ha molte caratteristiche per cui si rende attraente per gli operatori italiani: innanzitutto, è un territorio ricco di imprese di piccola e media dimensione il cui sviluppo è sostenuto e promosso dallo stesso governo. Le autorità incentivano gli investimenti esteri offrendo la copertura del soggiorno in loco alle aziende interessate ad investire e contrastando il fenomeno della contraffazione con leggi che tutelino la proprietà intellettuale. Numerose risorse sono impiegate anche nella ricerca e sviluppo e nel potenziamento di alcuni settori chiave dell’economia, quali: energie alternative, agricoltura high-end, biotecnologie, cultura, turismo e sanità, oltre ad una serie di industrie definite “intelligenti”, tra cui veicoli intelligenti, bioarchitettura e alcune industrie di servizi.
Dal punto di vista tariffario, inoltre, l’isola detiene le imposte commerciali tra le più basse del Sud-est asiatico (17%); inoltre, la forza lavoro locale è molto qualificata: il 42,9% è laureato. Questi dati confermano il trend economico positivo della provincia, il cui Pil nel 2010 è cresciuto del 10,82% e per il 2011 è stimato un innalzamento del 5,4%. Gli cambi commerciali sono pure particolarmente attivi, con un export che lo scorso anno ha segnato un +34,83% e l’import + 44,16%. Taiwan è, inoltre, il terreno ideale per la produzione a basso costo di componenti dell’IPC e delle telecomunicazioni.
Sebbene i rapporti con la Cina dal punto di vista politico siano ancora tesi, dato l’interesse del Dragone a riannettere la provincia alla madrepatria, i legami commerciali tra le due potenze asiatiche sono particolarmente fiorenti. Taiwan nel 2010 ha avuto investimenti in Cina pari a 97,3 miliardi di dollari, concentrati nell’elettronica, informatica e nel real estate. Infine, il governo di Taipei conosce bene il sistema burocratico cinese e, grazie all’accordo ECFA, ha un canale d’ingresso privilegiato nella Repubblica Popolare.