Le principali notizie e informazioni di natura economica, finanziaria, giuridica e politica relative alla Cina

martedì 14 febbraio 2012

Il mercato cinese della nautica da diporto

In Cina sta crescendo il mercato della nautica da diporto, che in 12 anni è passato dalle 300 alle 1.500 unità.

Nonostante le elevate tasse di importazione e la rigorosa normativa sulla navigazione nelle acque territoriali cinesi, il “parco navigante” del Dragone è quintuplicato: secondo un rapporto pubblicato di recente dalla “China Cruise and Yacht Industry Association” (CCYIA), se nel 2000 contava 300 unità, nel 2010 ne comprendeva già più di 1.500 e si prevede che raggiungerà il valore di 10 miliardi di dollari alla fine di quest’anno.
Il mercato cinese della nautica da diporto risulta particolarmente interessante per l’industria italiana, ambita per lo stile, il design, le avanzate tecnologie. Il Belpaese produce infatti il 23% delle imbarcazioni da diporto vendute in Cina ed è superato solo dal Regno Unito.
Relativamente al segmento delle imbarcazioni di minori dimensioni (dai 15 ai 24 metri) i maggiori costruttori stranieri localizzati in Cina sono il giapponese Kyala e gli statunitensi Bluebay; entrambi  operano in Cina per il mercato locale e, inoltre, riesportano nei loro mercati di riferimento. Il mercato delle imbarcazioni di prestigio, quelle il cui prezzo varia tra 1 e 2,3 milioni di euro, è invece tuttora coperto prevalentemente dalle importazioni. Secondo il rapporto della CCYIA, nei prossimi 5 anni, il segmento che crescerà maggiormente è quello della fascia media, con prezzi fino a 350.000 euro.

venerdì 10 febbraio 2012

Il Darfur armato da Cina e Russia

Amnesty International accusa Russia, Cina e Bielorussia della vendita di armi e munizioni al Sudan, dove vengono utilizzate contro la popolazione civile del Darfur.

Attraverso un documento intitolato “Sudan: nessuna fine in vista per il conflitto in Darfur”, Amnesty International accusa Russia, Cina e Bielorussia della vendita di armi - munizioni, elicotteri, aerei, missili terra-aria e veicoli blindati - al Sudan. A tal riguardo,  Brian Wood, esperto di Amnesty International relativamente a questioni militari e di polizia, ha dichiarato: “Cina e Russia stanno vendendo armi al governo del Sudan pur sapendo perfettamente che molte di esse finiranno probabilmente per essere usate per commettere violazioni dei diritti umani in Darfur […] tutti i trasferimenti internazionali di armi al Sudan dovrebbero essere immediatamente sospesi e l’embargo Onu sulle armi dovrebbe essere esteso a tutto il territorio del paese”.
La prossima settimana, il Consiglio di sicurezza dibatterà sulle sanzioni attualmente vigenti nei confronti del Sudan e verranno ripresi anche i negoziati su un futuro Trattato sul commercio di armi, per impedire che gli embarghi delle Nazioni Unite continuino a essere aggirati e fare in modo che i governi si impegnino a porre fine ai trasferimenti qualora vi fosse il rischio di utilizzo delle armi per commettere o favorire gravi violazioni dei diritti umani o crimini di guerra.
Le munizioni per armi leggere prodotte in Cina sono usate in Darfur dalle Forze armate sudanesi (Fas), da altre forze di sicurezza nazionali e dalle milizie governative. Dalla Russia, tra il 2007 e il 2009, il Sudan ha ricevuto 36 nuovi elicotteri Mi-24. Amnesty International ha anche ottenuto prove dell’uso di missili terra-aria nel corso di attacchi avvenuti nel 2011, sia in Darfur sia altrove in Sudan: si tratta di missili compatibili con le dotazioni adatte agli elicotteri Mi-24 e agli aerei da attacco Su-25, che sono stati prodotti in una serie di ex repubbliche sovietiche.

giovedì 9 febbraio 2012

Cindia alla conquista dell’Africa

Dopo la Cina anche l’altra grande potenza asiatica, l’India, ha deciso di affacciarsi sul continente africano.

Presente sin dall’antichità soprattutto nell’Est e nel Sud del continente, l’India ha annunciato l’intenzione di intensificare gli scambi con il continente africano. Forte del fatto che diverse comunità indiane si sono insediate nel corso del tempo in molti Paesi e gestiscono ad oggi piccoli commerci, attività produttive su piccola scala e mercati locali, e che in alcuni Stati africani i dirigenti della società civile e politica sono di origine indiana, il Governo di Nuova Delhi ha deciso di implementare i propri sforzi nel continente al pari della Cina, seppur con modalità in parte dissimili.
Il Paese asiatico infatti sta investendo sempre più negli Stati africani certo del fatto che la sua posizione non allineata e la condizione di più grande democrazia al mondo stanno di fatto segnando la differenza rispetto alla Cina. La presenza indiana si caratterizza infatti per la discrezione e la politica dei piccoli passi con il consolidamento progressivo delle posizioni conquistate, contrariamente alla spettacolarità che ha caratterizzato e caratterizza tuttora l’avanzata cinese.
Se nel 2004 gli scambi commerciali avevano raggiunto gli 8 miliardi di dollari, nel 2012 toccheranno i 22 miliardi di dollari e, secondo le stime, entro il 2015 si sfioreranno i 30 miliardi di dollari. L’India, come del resto la Cina, si sta avvicinando al continente africano allo scopo di diversificare le fonti energetiche su scala mondiale, aprire nuovi mercati e garantirsi la fornitura di materie prime e prodotti alimentari.
Ad oggi le imprese indiane operano nel settore farmaceutico nell’Africa australe, nel comparto automobilistico nell’Africa del Sud e in Marocco e in ambiti di eccellenza in Senegal e Costa d’Avorio.
Ma la vera nuova frontiera della politica commerciale indiana riguarda la leva finanziaria: l’Elefante ha infatti aperto nuove linee di credito verso i Paesi africani per un valore che si aggira intorno ai 5 miliardi e mezzo di dollari USA, destinati per lo più alle imprese locali allo scopo di spingerle ad investire nelle tecnologie Made in India.
Una grande opportunità per il continente africano dato che la presenza sino-indiana, unitamente a quella brasiliana che si sta affacciando sui Paesi di lingua portoghese, offre e offrirà possibilità irripetibili.

mercoledì 8 febbraio 2012

Agenti chimici nello Yangtze

Scatta l’allerta a Shanghai per l’acqua potabile.

Le autorità di Shanghai lanciano l’allerta per l’acqua potabile dopo che alcune analisi effettuate la scorsa settimana hanno confermato la presenza di fenolo (un acido impiegato nella produzione di nylon e detergenti) nelle acque del fiume Yangtze. Stando a quanto dichiarato dai funzionari governativi di Zhenjiang, nella provincia dello Jiangsu, il ritrovamento di fenolo potrebbe essere legato alla perdita avvenuta in una imbarcazione sud-coreana.
Secondo lo Shanghai Daily al momento non ci sarebbero “minacce per la salute”, ma, la denuncia da parte di alcuni residenti della presenza di cattivi odori nei rubinetti, ha generato una psicosi tra la popolazione, con conseguente corsa all’acquisto di bottiglie di acqua potabile.
Dal canto suo il Direttore locale del Dipartimento per la protezione ambientale, ha sottolineato come, nel caso venissero riscontrati livelli anomali di agenti chimici, la città sia pronta a chiudere la sua principale riserva di acqua.
L’inquinamento atmosferico e ambientale, unitamente alla contaminazione di cibi e bevande, non rappresentano un problema nuovo per la Cina del progresso economico, basti pensare che solo il mese scorso la fuoriuscita di cadmio da un’industria mineraria ha provocato la contaminazione di due fiumi nel Paese. In numerose occasioni il Governo di Pechino ha ribadito la volontà di contrastare la perdita di agenti inquinanti e tossici dalle industrie e dagli allevamenti, ma purtroppo fino a questo momento l’impegno non è stato sufficiente.