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venerdì 7 ottobre 2011

Aumenta il credito privato cinese

Fuori controllo, ormai, il fenomeno del credito privato in Cina e scatta l’allarme dell’authority.

La Cina è preoccupata per l’aumento insostenibile del fenomeno di credito privato; il Paese asiatico, infatti, registra il tasso più elevato di criminalità finanziaria del mondo. Da sempre, si può dire, il Dragone tollera questa forma di finanziamento informale che vede società, aziende, botteghe, consorzi di amici, famiglie e privati prestare danaro proprio o girare a terzi i soldi ricevuti in prestito dalle banche. Questa forma di credito è illegale, soprattutto perché viene erogato a tassi di interesse molto alti, a volte agli stessi livelli dell’usura.
Tuttavia, grazie a questo canale di finanziamento molte piccole e medio imprese sono riuscite a crescere contribuendo al boom economico cinese, motivo per cui il Governo non ha mai varato misure per contrastare la pratica. Ora però il fenomeno rischia di andare fuori controllo: i creditori privati nel Paese sono già centinaia e aumentano esponenzialmente a causa della stretta monetaria varata un anno fa dalla People’s Bank of China che impedisce a molti piccoli imprenditori l’accesso al credito pubblico. Il governo centrale, infatti, ha frenato i prestiti e bloccato la liquidità per ridurre l’inflazione. L’allarme proviene dalla China Banking Regulatory Commission, secondo cui i finanziamenti privati definiti “Grey lending” erogati nelle zone costiere ammonterebbero a circa 3 mila yuan (350 miliardi di euro), 64 aziende non operanti nel settore finanziario ma quotate in borsa avrebbero 17 miliardi di yuan (2 miliardi di euro) provenienti dal credito informale.
Parallelamente, se il grey lending continua a crescere, diminuiscono invece i prestiti concessi dalle banche cinesi: nella prima metà di settembre i prestiti erogati dai quattro principali istituti cinesi hanno registrato un calo di 87 miliardi di yuan.
Solo recentemente il premier cinese Wen Jiabao si è espresso in merito, esortando il governo a fornire un maggiore supporto finanziario alle piccole imprese, sostenendo che esse svolgono «un ruolo insostituibile nella creazione di posti di lavoro e per la crescita economica».

giovedì 6 ottobre 2011

In Cina crescerà a breve l’import di mais

Nei prossimi mesi la Cina dovrà tornare a rivolgersi ai mercati internazionali per gli approvvigionamenti di mais.

La prospettiva che anche la crescita della Cina possa frenare allarma i mercati delle materie prime; tuttavia, per quanto riguarda il mais, è improbabile che quest’ultimo perda il sostegno degli acquisti cinesi: Pechino avverte che, nonostante gli abbondanti raccolti di cereali, prossimamente il Paese dovrà tornare a rivolgersi ai mercati internazionali per gli approvvigionamenti ed è molto probabile che a breve le sue importazioni aumentino del quadruplo rispetto ai livelli attuali. Fan Zhenyu, vice direttore generale della Cofco - società statale incaricata degli approvvigionamenti - sostiene che se il Dragone non riuscirà a migliorare la resa delle proprie coltivazioni, spesso minate dalla siccità e difficilmente ampliabili a causa dell'elevata urbanizzazione, potrebbe arrivare a importare annualmente tra 5 e 10 milioni di tonn., raggiungendo addirittura 20 milioni di tonn. nel 2020 (nella stagione 2010-2011 dall’estero ne ha acquistate 1,3 milioni).
Sebbene gli analisti abbiano stimato che le riserve di Pechino siano piuttosto basse (intorno a 12 milioni di tonn - equivalenti a un mese di consumi) e che la domanda potrebbe salire addirittura del 6,8%, alcuni funzionari di Stato prevedono che Pechino aspetterà qualche mese prima di avviare le importazioni, perché solo quando il raccolto locale sarà concluso (verso marzo), si potrà avere una più chiara visione delle reali necessità del Paese; inoltre, i prezzi, ora molto elevati, potrebbero nel frattempo calare. Vi è inoltre da considerare il fatto che Pechino persegue da anni l'obiettivo dell'autosufficienza e continuerà a perseguirlo, come assicura Fang Yan, della Commissione nazionale per le riforme e lo sviluppo, che ha affermato: “Grandi importazioni da parte della Cina potrebbero accrescere la volatilità dei prezzi a livello globale e creare problemi di approvvigionamento ai Paesi più poveri”. Tuttavia, anche se non se ne possono prevedere con precisione i tempi, per il colosso asiatico l’aumento dell’import dei cereali appare ormai una scelta obbligata.

martedì 4 ottobre 2011

Dal “made in China” al “designed by China”

In Cina aumentano la spesa e il consumo relativi al mondo della moda e anche “il ceto medio” è  alla ricerca di articoli di qualità.

Si è conclusa ieri la prima settimana internazionale del design a Pechino: centinaia di mostre, eventi ed espositori hanno dato vita alla più grande rassegna mondiale dello stile, che ha coinvolto 600 nuovi stilisti e designer e 400 nuovi marchi.
Come ha dichiarato Merete Brunander, presidente della Design Week di Copenhagen, il Dragone sembra ormai pronto per il primato in ogni campo, anche in quello della moda: “L’era in cui l’Occidente ha avuto il monopolio sul business del gusto è finita e l’Asia si appresta a riconquistare anche questo mercato”.
Anche in Cina aumentano la spesa e il consumo relativi al mondo della moda e anche i cinesi “del ceto medio” sono alla ricerca di articoli di qualità: la spesa per moda, arredamento e beni di lusso Cresce del 124% all’anno. Un rapporto McKinsey prevede che entro il 2015 il colosso asiatico rappresenterà il 23% del fatturato globale del design e nel 2020 la quota salirà al 35%, al 58% se si prende in considerazione tutto l’Oriente.
La novità consiste nella nascita di un nuovo stile, dall’abbigliamento alla casa, uno “stile cinese contemporaneo”, che alla tradizione dell’estetica imperiale unisce l’innovazione dei materiali, la praticità degli oggetti e la sostenibilità ambientale dei processi produttivi. Il boom del design cinese ha avviato una vera e propria rivoluzione nell’artigianato e nell’industria del Dragone: sono migliaia le imprese che si stanno riconvertendo dalla produzione in serie low cost alla creazione di pezzi unici d’alta gamma, facendo fiorire laboratori famigliari dislocati dalle metropoli. L’attrattiva dei capi “designed by China” risiede nel fascino del gusto orientale e, com’è risaputo, nella modicità del prezzo: come ha affermato  Maria Ching Yeung, ad del primo marchio di lusso cinese, “finalmente anche il meglio diventerà alla portata di tutti”.

lunedì 3 ottobre 2011

La Cina inaugura la sua era spaziale

Il Dragone è pronto per conquistare lo spazio ed affermarsi anche nel settore aerospaziale: lanciato con successo il promo modulo per la prima stazione spaziale cinese.

La Repubblica Popolare Cinese si vuole imporre anche nel settore spaziale, avvicinandosi alle imprese di protagonisti storici dello spazio, quali Stati Uniti e Russia. Da tempo il Dragone desiderava affermarsi nello Spazio con una propria stazione spaziale e ora sembra riuscire nel suo intento. Da Jiquan, nella provincia di Gansu, è stato lanciato il Tiangong-1 (Palazzo Celeste), modulo sperimentale che accoglierà sonde, astronauti ed esperimenti scientifici. Inoltre, il modulo sarà in grado di individuare segnali di inquinamento da metalli, residui di pesticidi e malattie delle piante sul territorio cinese.
In novembre verrà, poi, lanciata una capsula personale, Shenzhou 8, che tenterà l’attracco al Tiangong. Seguiranno, successivamente, altre missioni per completare la stazione: Shenzhou 9 e 10 e una spedizione con equipaggio umano, che secondo le fonti ufficiali avverrà nel 2012. Alla fine, la Cina dovrebbe essere in grado di realizzare una stazione spaziale da 60 tonnellate nel giro di 10 anni.
Per il Paese asiatico questa è la prima esperienza di docking, ovvero l’assemblaggio nello spazio, la cui realizzazione è stata commissionata alla China Manned Space Engineering (Cmse).