Le principali notizie e informazioni di natura economica, finanziaria, giuridica e politica relative alla Cina

martedì 6 settembre 2011

Normative ambientali più rigide per le aziende in Cina

Il Governo di Pechino promuove la tutela ambientale introducendo nuove tasse e norme più severe in materia, a cui le aziende dovranno adeguarsi.

Tra le priorità della Cina dichiarate nel nuovo Piano Quinquennale c’è la tutela ambientale; il governo di Pechino si è fatto molto più rigido in materia, introducendo nuove regole e programmi per ridurre l’inquinamento. Da qui al 2015 il Dragone investirà ben 450 miliardi di dollari nella tutela ambientale; entro cinque anni verranno costruiti 4 mila nuovi impianti per il trattamento delle acque reflue e continuerà l’impiego di fonti di energia rinnovabile, per le quali il Paese asiatico è al primo posto nel mondo. Secondo il nuovo Piano, la Repubblica Popolare dovrà ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 40% entro il 2020 e il consumo energetico dovrà scendere del 16% per ogni dollaro di output; inoltre, entro il 2011 il consumo di acqua dovrà essere ridotto del 7%.
Le normative più stringenti hanno colpito maggiormente le aziende, sia cinesi che italiane, sulle quali gravano rigidi standard , test e nuove tasse. Le licenze per poter aprire stabilimenti in loco sono ancora più difficili da ottenere, mentre il rispetto delle norme ambientali cinesi sono ormai indispensabili per poter chiedere prestiti ad alcune banche. In determinati settori, come quello chimico, ad esempio, vengono richiesti ulteriori test oltre a quelli internazionali, con conseguenti costi extra.
Tre sono le nuove tasse che verranno applicate a tutte le aziende: carbon tax per chi supera i livelli di emissioni di carbonio, green tax, per i maggiori inquinatori e resource tax, imposta del 5% sulle risorse naturali.
I settori in cui si avranno maggiori spese, comunque, saranno quello metallurgico, aeroportuale e del cemento, in quanto producono più emissioni e hanno costi elevati per la riconversione degli impianti.

lunedì 5 settembre 2011

Toyota: è in ripresa la produzione in Cina

Il mese scorso, Toyota Motor Corp, ha venduto 88.700 veicoli in Cina, registrando un incremento del 14,9% rispetto allo stesso periodo del 2010.

Toyota Motor Corp cerca di far fronte agli effetti del terremoto in Giappone del marzo scorso per riportare ai livelli precedenti la produzione in Cina. Come ha dichiarato Takanori Yokoi, portavoce della società con sede a Pechino, le vendite di veicoli in Cina, nel periodo gennaio-agosto, hanno raggiunto la quota di circa 525.600 e risultano in crescita del 4,3% rispetto all'anno precedente: nonostante il terremoto che ha colpito il Giappone in marzo abbia bloccato la produzione di alcuni fornitori di parti in Giappone, causando carenze presso gli impianti della società in Cina e in tutto il mondo, Toyota continua a fare progressi e, come sostiene Yokoi, "si potrebbe dire che siamo quasi alla normalità”.
L’incremento del 14,9% segnato lo scorso agosto rispetto allo stesso periodo del 2010, secondo il gestore di un concessionario Toyota a Pechino, si spiegherebbe considerando che molti rivenditori Toyota hanno tentato di incrementare ulteriormente le vendite attraverso generosi incentivi alle stesse.
Nel 2010 la società automobilistica giapponese ha venduto 846.000 auto in Cina: entro la fine di quest’anno, come ha confermato Yokoi, Toyota si impegnerà a rispettare l'obiettivo di venderne più di 900.000.

venerdì 2 settembre 2011

La Cina potrebbe aumentare l’import di zucchero

La siccità che ha colpito la provincia dello Guangxi sta riducendo le scorte di zucchero cinesi e il prossimo anno Pechino potrebbe aumentare l’import.

I prezzi dello zucchero a livello internazionale, arrivati a 31 centesimi per libbra a New York, rimangono alti, nonostante si preveda per la prossima stagione un surplus dell’alimento.
La situazione peggiore, comunque, si registra in Cina, dove la forte siccità ha colpito la provincia dello Guangxi, regione che produce il 60% dello zucchero del Dragone. Le condizioni climatiche avverse, quindi, hanno provocato impennate dei prezzi e costretto il governo di Pechino a vendere le scorte, riducendole a circa mezzo milione di tonnellate contro i tre milioni usuali. A contribuire alla difficile situazione è anche la carenza produttiva del Brasile, che oltre ad essere primo esportatore mondiale, è anche uni dei principali partner della Repubblica Popolare.
Attualmente, la quota di importazione dello zucchero cinese è già esaurita per quest’anno, proprio ora che da agosto a novembre si registra un picco della domanda. Per gli analisti ciò significa che la Cina potrebbe importare un ulteriore milione di tonnellate entro la fine dell’anno, oltre alle 2,325 milioni di tonnellate di zucchero grezzo, di cui tre quarti dal Brasile, previste negli accordi già presi. Se, comunque, questo non dovesse accadere, gli acquisti all’estero si rinnoveranno quasi certamente nel 2012, con un aumento dell’import che arriverà così a 2,45 milioni di tonnellate.

giovedì 1 settembre 2011

Anti dumping UE anche per le piastrelle cinesi

Con 15 voti favorevoli e 10 contrari, l’Unione Europea ha adottato, lo scorso 12 agosto, la proposta di regolamento per rinforzare e rendere permanenti le misure anti dumping nei confronti delle piastrelle Made in China.

Le esportazioni cinesi a basso costo verso l’Europa sono viste come una minaccia per le imprese occidentali, che rischiano così di perdere in competitività; per molte categorie di prodotto provenienti dalla Repubblica Popolare, quindi, negli ultimi tempi sono state adottate misure protezionistiche da parte della UE.
L’ultima disposizione applicata riguarda le piastrelle in ceramica, le cui importazioni dalla Cina sono cresciute con tassi superiori al 20% annuo. La UE ha approvato la proposta di regolamento per l’introduzione di norme anti dumping nei confronti delle piastrelle cinesi, misure che entreranno in vigore nei prossimi mesi e saranno permanenti per i prossimi 5 anni con un’aliquota al prezzo netto franco frontiera che sarà tra il 26,3% e il 69,7%.
Tuttavia, non tutti i Paesi europei sono d’accordo nell’applicazione dell’anti dumping: se l’area centro-meridionale, con Italia, Francia e Germania, preme per il protezionismo, dato che si tratta di nazioni con una forte tradizione manifatturiera che punta molto sull’export, i Paesi nordici preferiscono l’apertura al libero mercato. Pur rappresentando solo il 7% dei consumi europei, l’avanzata cinese In Europa ha causato la perdita di 15 mila posti di lavoro e la competitività è stata garantita solo grazie agli sforzi in innovazione di prodotto, tecnologica e di design. L’Italia, leader mondiale del settore, ha subito particolarmente questo fenomeno: basti pensare che l’industria italiana conta 284 aziende e 37.990 addetti, ha un fatturato di 6,5 miliardi di cui 4 provenienti dall’export. Le piastrelle di ceramica, inoltre, rappresentano il punto di forza del settore, con 172 imprese.