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martedì 12 luglio 2011

Nestlé si espande in Cina

Nestlé vuole aprirsi la strada verso il mercato cinese ed ha avviato negoziati per l’acquisto della quota maggioritaria di Hsu fu Chi, azienda dolciaria locale.

Nestlé, azienda leader mondiale nel settore dell’agroalimentare, ha avviato una fase di espansione in Cina, Paese che negli ultimi anni ha visto aumentare la domanda di prodotti dolciari. La conquista del mercato cinese è iniziata con l’avvio dei negoziati per l’acquisizione del 60% della compagnia cinese Hsu Fu Chi, una delle maggiori aziende locali del comparto, fondata nel 1992 a Dongguan, nel Guangdong, e oggi quotata sulla piazza di Singapore. Per l’acquisto della quota maggioritaria, il colosso svizzero comprerà il 16,48% delle azioni dalla compagnia cinese ed il restante 43,52% dagli azionisti di Baring Private Equity e Arisaig, per un’offerta totale pari a 1,2 miliardi di euro, ovvero 4,35 dollari di Singapore ad azione.
La Hsu fu Chi manterrebbe comunque il 40% restante e il fondatore taiwanese Hsu Chen rimarrebbe nel consiglio di amministrazione della joint-venture. Infatti, l’azienda svizzera vuole sfruttare la popolarità del brand cinese nel Dragone ed espandersi attraverso la catena di distribuzione della stessa. Inoltre, Nestlé assicura che non porterebbe alcun tipo di cambiamento interno, ma anzi, secondo l’accordo, aggiungerà quattro nuove fabbriche e creerà16.000 nuovi posti di lavoro.
L’obiettivo dell’azienda svizzera è quello di ampliare il proprio portafoglio di brand sia locali che internazionali.
Tuttavia, l’accordo non è ancora definitivo e serviranno ancora dai tre ai cinque mesi per avere la conferma. Servono, infatti, l’approvazione del Ministero del Commercio cinese e quello della Corte delle isole Cayman, oltre che degli azionisti di Hsu Fu Chi. Non sussistono in realtà grandi difficoltà, in quanto il mercato di riferimento è un mercato di nicchia e la compagnia coinvolta è taiwanese.
Se andrà a buon fine, l’avventura di Nestlé potrebbe essere di ispirazione anche a marchi italiani del settore che vogliano espandersi nei mercati emergenti come quello cinese.

lunedì 11 luglio 2011

Inflazione al 6,4% in giugno: per il governo la lotta è la priorità

Non si placa il fenomeno inflattivo cinese: il tasso ha stabilito un nuovo record arrivando al 6,4%, il più elevato negli ultimi tre anni.

Anche il mese di giugno 2011 è stato caratterizzato dalla continua ascesa dell’inflazione cinese che ha toccato un nuovo record negativo, attestandosi al 6,4% in più rispetto allo stesso periodo del 2010, il più alto degli ultimi tre anni. L’impennata dei prezzi sta colpendo maggiormente i generi alimentari di prima necessità; tra questi, la carne di maiale, uno dei principali alimenti della cucina cinese, che ha visto alzare i prezzi del 57,1% rispetto al giugno dell’anno scorso, favorendo gli agricoltori da un lato, ma minacciando i consumatori dall’altro. I costi di riso e soia, inoltre, sono saliti a causa delle frequenti inondazioni dei mesi precedenti.
Questo nuovo aumento del costo della vita potrebbe avere delle ripercussioni sociali che preoccupano non poco le autorità cinesi. Perciò, il governo ha messo come priorità assoluta la riduzione del fenomeno inflattivo, nonostante diverse misure siano già state intraprese negli ultimi mesi, senza però risultati concreti. Dall’inizio dell’anno, infatti, i tassi di interesse sono stati alzati ben tre volte e numerosi sono stati i freni ai crediti bancari. Anche il premier cinese Wen Jiabao, ha ribadito, attraverso un recente comunicato, che la politica macroeconomica del Paese deve avere come obiettivo principale la stabilità dei prezzi.
L’inflazione che sta colpendo il Dragone è per molti economisti un chiaro segno della debolezza dell’economia nazionale: il fenomeno nasce come reazione al rallentamento della crescita, per non ricorrere ad un irrigidimento della politica monetaria. Attualmente, oltre ai generi alimentari, sono anche altri i settori colpiti e, se non si troverà un piano adeguato, probabilmente il fenomeno si estenderà a molti altri ambiti. Tuttavia, secondo alcuni analisti una speranza c’è: nella seconda parte del 2011, infatti, l’inflazione potrebbe scendere con la diminuzione del costo del petrolio.

venerdì 8 luglio 2011

WTO: discriminatorie le restrizioni sull’export della Cina

La WTO condanna le misure restrittive sull’export di minerali applicate dalla Cina, dichiarandole discriminatorie e contro i principi del libero mercato.

Martedì scorso la WTO si è pronunciata sulla disputa tra USA, UE e Messico da un alto, e la Cina dall’altro, in merito alle restrizioni applicate dal Dragone sulle esportazioni di materie prime. Il report dell’Organizzazione giudica discriminatorio l’atteggiamento della Repubblica Popolare e incompatibili alle regole della WTO le restrizioni applicate.
La controversia era cominciata nel 2009, dopo che il Paese asiatico aveva diminuito le quote sull’export di alcuni minerali utilizzati dalle industrie chimiche e siderurgiche, come manganese, silicio, molibdeno e tungsteno; tale comportamento aveva avuto come conseguenza una riduzione delle forniture mondiali delle materie prime in questione e un loro aumento di prezzi, svantaggiando le industrie del settore e i Paesi che non dispongono di questi minerali.
La Cina si è sempre difesa, sostenendo che si trattava di una misura presa per ridurre l’impatto ambientale: difatti, l’estrazione di terre rare e la loro lavorazione producono sostanze tossiche che aumentano l’inquinamento. Tuttavia, le indagini della WTO hanno riscontrato che a fronte di questo provvedimento non vi era poi una diminuzione dei consumi interni cinesi. Ora l’Organizzazione chiede alla Repubblica Popolare di adeguare il regime di esportazioni alle norme del commercio internazionale basate sul libero mercato, permettendo il libero accesso ai minerali terre rare.
La reazione della Cina, pur se non ancora ufficiale, non sembra finora positiva: il quotidiano del Partito Comunista Cinese sostiene che il Paese non abbia violato nessuna regola internazionale, mentre l’agenzia Xinhua accusa l’influenza di altre nazioni sul verdetto della WTO. I funzionari cinesi, intanto, pare che presenteranno appello. Secondo il ministero della Terra e delle Risorse, il governo di Pechino avrebbe innalzato il tetto massimo di esportazioni tra il 2010 e il 2011 del 5%, portandolo a 93.800 tonnellate.
Comunque sia, la repubblica Popolare non gode di buoni rapporti con la WTO sin dal suo ingresso nel 2001: negli ultimi cinque anni, infatti, il Paese asiatico è stato coinvolto in 26 degli 84 casi di disputa presentati dall’Organizzazione internazionale.

giovedì 7 luglio 2011

Per Moody’s l’outlook delle banche cinesi è a rischio

L’agenzia Moody’s minaccia di far diventare negativo l’outlook sul credito delle banche cinesi a causa di operazioni di prestito poco chiare.

La situazione dei governi locali in Cina è alquanto delicata, soprattutto per ciò che riguarda i prestiti a loro concessi. Secondo l’agenzia di rating Moody’s, infatti, le banche cinesi avrebbero fatto prestiti alle amministrazioni periferiche per somme pari a 3.500 miliardi di yuan (540 milioni di euro), oltre ai 10.700 miliardi (1.141 euro) dichiarati dal rapporto dell’Ufficio Nazionale Revisore dei Conti. Molte delle operazioni legate a questi prestiti, però, risultano poco trasparenti e la stessa agenzia di rating ha segnalato che ci sono delle discrepanze tra ciò che dichiarano i revisori dei conti e le informazioni che provengono dalle authority bancarie. Per questo, Moody’s ha minacciato le banche cinesi di declassare l’Outlook sul credito facendolo diventare negativo.
In realtà, l’indebitamento delle amministrazioni locali è una situazione sotto controllo già da tempo, a causa della nascita delle agenzie semipubbliche L.I.C. (Local Investment Companies) e LGFP (Local Government Financing Platfrom) che chiedono finanziamenti alle banche per conto dei governi periferici offrendo come garanzia la terra e ottenendo così danaro per progetti in infrastrutture e nell’immobiliare. Esistono 6.500 agenzie di questo tipo in tutta la Cina e molto spesso sono gestite da personaggi vicini alla politica locale la cui attività non è sempre regolare. Il risultato è che si può stimare una percentuale dei crediti in sofferenza compresa tra l’8 e il 12%.
Per evitare il declassamento dell’Outlook la Repubblica Popolare dovrà, quindi, realizzare un piano per risanare i debiti dei governi locali e fare chiarezza sulle modalità di prestito alle amministrazioni da parte delle banche.