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mercoledì 6 luglio 2011

Le due ruote conquistano la Cina

Con il recente successo del salone delle due ruote in Cina, i motocicli si preparano al mercato cinese; Piaggio intanto ha messo a disposizione della polizia di Chongqing l’Aprilia Mana 850.

Concluso da pochi giorni il salone delle due ruote EICMA CHINA a Pechino, in collaborazione con Ancma (Associazione Nazionale Ciclo Motociclo e Accessori), la società Genertec e la CCCMA (China Chamber of Commerce for Motorcycles), i risultati sono più che positivi per il comparto del motociclo. Se fino a qualche tempo fa la moto era vista come un mezzo per le classi sociali più basse, ora è ambita da gran parte della popolazione per divincolarsi con facilità nelle metropoli asiatiche. Per questo, al salone erano presenti molti marchi italiani, tra cui: Ducati, Aprilia, MV Agusta, Garelli, Piaggio, Momo design, Givi, Giannetti Ruote e Italspares.
Piaggio conferma l’andamento positivo del settore in Cina, tanto che ha avviato nella Repubblica Popolare la produzione del nuovo Scarabeo 125 e 200 cc, con controlli tecnici effettuati in loco, pur secondo gli standard europei. La vera rivoluzione, però, è legata alla sua nuova collaborazione con la polizia di Chongqing, a cui ha fornito 30 motociclette Aprilia Mana 850 che saranno in dotazione del corpo. Il debutto di questa due ruote è stato in occasione della scorta dell’ex Segretario di Stato Americano, nonché Premio Nobel per la Pace, Henry Kissinger, in Cina per celebrare i quarant’anni dalla sua prima visita nel Dragone. La moto è dotata del nuovo cambio automatico SportGear e si adatta perfettamente all’ambiente urbano e metropolitano del capoluogo. Inoltre, la versione cinese è stata modificata sulle esigenze della polizia locale.
Piaggio è riuscita ad aggiudicarsi questa importante collaborazione grazie alla sua presenza ormai consolidata in Cina tramite la joint-venture Piaggio Zongshen Foshan Motorcycle Co.Ltd, di cui Piaggio detiene una quota del 45% assieme alla cinese Zongshen, e il restante 10% è della Municipalità di Foshan, nel Guangdong.

martedì 5 luglio 2011

Anche il terziario è in crisi

Si concretizzano i segnali di un indebolimento dell’economia cinese: dopo il settore manifatturiero, anche il terziario è in discesa.

Continua il rallentamento dell’economia cinese, i cui dati non sono confortanti: qualche settimana fa il Purchasing Manger Index del settore manifatturiero aveva registrato un calo dell’1,1%, attestandosi ai 50,1 punti secondo la società HSBC (su 430 imprese) e ai 50,9 punti secondo la China Federation of Logistics (su 820 società di 28 settori differenti).
Ora lo stesso segnale viene dal terziario, che ha raggiunto i peggiori risultati degli ultimi 4 mesi: il Purchasing Manager Index del non manifatturiero, elaborato su imprese dei settori immobiliare, dei trasporti, della distribuzione, della ristorazione e dei software è passato dai 61,9 punti del mese scorso ai 57 attuali.
Chi è maggiormente esposto a questi cali sono soprattutto le piccole imprese locali, strettamente legate alla stabilità economica del Paese. Per questo, il vice premier Wang Qishang ha chiesto alle banche cinesi di incrementare i finanziamenti alle piccole realtà , incoraggiando la nascita di istituti di microcredito. In particolare, il settore maggiormente colpito sarebbe quello immobiliare e le industrie ad esso connesse (come il cemento e l’acciaio), motivo per cui secondo Wang, il governo dovrebbe incentivare gli investimenti in abitazioni a prezzi accessibili; entro la fine del 2011, infatti, dovrebbero realizzarsi 10.000 case a prezzi popolari e nei prossimi 5 anni arrivare a quota 36 milioni di nuclei.
A completare la difficile situazione c’è ancora l’inflazione che, secondo il China Securities Journal, entro la fine del mese aumenterà del 6% anno su anno.

lunedì 4 luglio 2011

Più spazio alle joint-venture in Cina

Tra i diversi strumenti che si presentano oggi agli operatori stranieri interessati alla Cina, la joint-venture è tra le strategie più indicate, sia in termini di vantaggi che di riduzione dei rischi per entrambi i partner.

Investire in Cina oggi significa avviare una presenza complessa e articolata sul mercato, che si allontana sempre più dalla semplice delocalizzazione a basso costo, con cui i primi stranieri si affacciarono al Paese asiatico vent’anni fa. Oggi che l’obiettivo principale è produrre in loco per il mercato locale, o comunque vendere un prodotto di qualità realizzato all’estero, sono diverse le strategie che si presentano dinnanzi agli operatori esteri.
Tuttavia, la tendenza verso cui ci si sta orientando attualmente è quella della diminuzione delle acquisizioni per puntare maggiormente sulle joint-venture. Le prime, infatti, sono in netto calo tra le aziende europee, in quanto le imprese cinesi sono iper valutate, tanto da tenere lontane perfino le banche, e comunque non sempre in vendita da parte degli imprenditori che in pochi anni hanno avuto successo partendo da zero.
La soluzione migliore è quella, quindi, di creare una società terza per perseguire un progetto definito che porti vantaggi ad entrambi i contraenti. Da un lato, le aziende straniere hanno bisogno della produttività, e in qualche caso della liquidità delle imprese cinesi, e dall’altro, i cinesi vogliono il know-how e la qualità delle aziende estere. Sebbene fino a qualche anno fa le jv non erano le benvenute in Cina e il rischio di fallimento era quasi una certezza, ora la Repubblica Popolare ha fatto qualche passo in avanti per tutelare questa forma di collaborazione, introducendo una legislazione più efficace e attenta ai patti parasociali. I rischi di una società mista sono minori rispetto all’acquisizione, e anche gli stessi investitori stranieri hanno più spirito critico e investono nelle proprie risorse umane anziché affidarsi completamente ai cinesi.
Per quanto riguarda gli italiani, però, permane ancora una forte reticenza nel fondare una jv sino-italiana; molti imprenditori non si fidano sufficientemente dei partner cinesi e preferiscono fare di testa propria, con conseguenti fallimenti.

venerdì 1 luglio 2011

Probabile taglio a tasse sui beni di lusso

I beni di lusso importati in Cina potrebbero vedere una riduzione delle tasse ad essi applicate, con conseguente incremento del commercio nel settore.

E’ in corso la trattativa per mettere in atto una nuova manovra che agevolerà il già proficuo settore del lusso in Cina: il portavoce del ministro del Commercio cinese Yao Jian ha affermato che è in vaglio la proposta di ridurre le tasse sui beni di lusso importati nel Paese asiatico. La riduzione riguarderebbe beni di lusso in generale oltre a cosmetici, alcool e sigarette e dovrà ora essere sottoposta al Consiglio di Stato per l’eventuale approvazione
La scelta di avvantaggiare ulteriormente il luxury nel Dragone è dettata dall’andamento positivo di questo comparto: entro il 2012, infatti, la Repubblica Popolare sarà il più grande consumatore al mondo di beni di lusso, con un mercato dal valore di 14,6 miliardi di dollari. Tuttavia, si è constatato che l’acquisto di questi prodotti da parte dei consumatori è effettuato in misura maggiore all’estero piuttosto che all’interno dei confini nazionali. Questo fenomeno dipende dalle elevate tariffe doganali e dalle tasse che sono applicate in Cina sui beni di lusso, che ne aumentano il costo di una percentuale che oscilla tra il 45% e il 72% a seconda del tipo di articolo.
In constatazione di ciò, la proposta di riduzione delle tasse va incontro alla necessità di stimolare la domanda interna del Paese e di spingere i consumatori ad acquistare in Cina anziché all’estero. La manovra, inoltre, incrementerebbe le importazioni, con buona possibilità che queste raddoppino entro il 2020 come prefissato. A ciò si aggiunge il fatto che i beni di lusso non hanno mai avuto una riduzione delle tariffe doganali dall’entrata della Cina nella WTO nel 2001, contrariamente ad altre merci, e perciò, questa scelta farebbe si che la Repubblica Popolare possa rispettare le regole dell’organizzazione internazionale.
Non mancano, comunque, le polemiche, dal momento che si tratta di articoli acquistabili da una minoranza della popolazione, mentre i beni di prima necessità sono ancora penalizzati dall’inflazione.