Le principali notizie e informazioni di natura economica, finanziaria, giuridica e politica relative alla Cina

martedì 11 gennaio 2011

…E reality sia

Che la Cina sia un’altra storia ormai se ne sono accorti tutti, i più accorti studiando il mercato, i meno scottandosi nel tentativo di gestire il proprio business cinese come quello domestico. Certo è che al dilemma tra adattamento e standardizzazione della propria formula, una soluzione assoluta non esiste. Perché dunque sostenere l’impossibilità di una scelta strategica del secondo tipo applicata al mercato cinese? Perché la Cina viene da anni di isolamento e la base di consumatori, aldilà dei grandi centri è ancora lontana anni luce dallo sviluppo di una coscienza e conoscenza comparabile a quella occidentale nel processo d’acquisto. Non che ci si debba totalmente piegare alle richieste del Dragone, ma chiunque intenda approcciarlo deve essere pronto e disposto a riconoscere la necessità di una dual strategy, una per “casa” e una per la Cina nella definizione della quale è bene coinvolgere risorse umane locali. Questo non vuol dire necessariamente che dovrà essere il prodotto a cambiare implicando alti costi e una potenziale “mission drifting” (se voglio vendere un vero caffè italiano ci può stare che non mi vada di includere una linea di prodotti aromatizzati al tè verde), ma è possibile differenziarsi ed educare il consumatore cinese allo stesso tempo, attraverso canali di promozione ad hoc. Molte aziende, difatti, sottovalutano l’importanza di un piano marketing attento al differente stadio di sviluppo. Ed è con questa premessa che portiamo a esempio un caso di successo di casa nostra. Dopo l’innovativa “Elevator campaign”, campagna pubblicitaria andata in onda in esclusiva sui teleschermi all’interno degli ascensori di Beijing e Shanghai, Technogym ha replicato il successo dell’Indiano “The Biggest loser Jeetega” con “The Gym”: il reality dei palestrati cinesi. E se l’idea può far sorridere, in realtà quella delle sei persone normali seguite per oltre 3 mesi di allenamento in una delle palestre più all’avanguardia di Shanghai va ben oltre la sfida fisica; con la partecipazione di Barilla, vuole essere un vero e proprio tentativo di promozione dell’Italian way of living. Non ci credete? Cliccare per credere, la serie è visibile sul sito dedicato tramite Youku, lo Youtube cinese, e ancora una volta la scelta di un canale di comunicazione mirato ai giovani, principali utenti di internet non è un caso, ma frutto di una segmentazione vincente. Prendere appunti.

A cura di Marta Caccamo

lunedì 10 gennaio 2011

K-MGMT shi shen me? Che cos’è il K-MGMT?

Per “K-MGMT”, o per meglio dire Knowledge Management, si intende la capacità di un’azienda di ritenere il capitale intellettuale generato dai propri dipendenti una volta terminato l’impiego. Esiste un’ulteriore distinzione tra “capitale umano” e “capitale strutturale”, il primo legato all’inventiva e le conoscenze delle persone, il secondo ai processi e alle strutture organizzative che animano l’azienda e le permettono di generare knowledge e realizzare il proprio vantaggio competitivo. Manco a dirlo né le sussidiarie cinesi delle grandi multinazionali, né tanto meno delle PMI Italiane hanno mai prestato troppa attenzione alla questione sottostimandone il potenziale e coinvolgendole in maniera limitata nei processi di new product development. Ciò è dovuto principalmente al fatto che benché l’export cinese manifesti un’alta componente di prodotti ad alta intensità tecnologica, è controbilanciato da un import consistente di “intermediate goods” (semiconduttori, microprocessori,..): Cina-piattaforma d’assemblaggio, questa l’accezione più comune. Ma ha ancora senso ragionare in questi termini? No. Prima di tutto perché l’innovazione rientra tra le priorità della nuova strategia cinese; non ci si può più riferire all’R&D cinese come Receive and Duplicate laddove quest’anno è avvenuto il sorpasso sulla Germania per numero di brevetti e gli investimenti governativi preventivati per l’anno prossimo sono più alti che in Giappone. In secondo luogo le strategie aziendali stanno, e devono, cambiare per rispondere alla crescita della domanda interna e lo sviluppo dei mercati del consumo; la Cina è ancora il miglior posto dove produrre in termini di costo del lavoro e infrastrutture, ma lo sarà ancora per quanto? E con la crescita delle regolamentazioni, la delicata questione-exchange e la distanza geografica che rimane alta, ma affiancata da bassa protezione legale, i vantaggi di una delocalizzazione volta alla ricerca del cost-advantage non sussistono più in una gran parte dei casi. In terza istanza esiste la possibilità di beneficiare di quelle esternalità di network sorte di conseguenza all’agglomerazione di aziende dello stesso settore (per esempio i distretti IT delle multinazionali Taiwanesi) che possono diventare risorsa esterna di knowledge.
E’ importante, dunque, essere preparati al futuro e iniziare ora a mettere in moto il cambiamento. Le aree di criticità da tenere in considerazione per un’efficace implementazione delle pratiche di KM nella sussidiaria cinese sono una struttura organizzativa e di incentivi capace di riconoscere e apprezzare il contributo dei propri impiegati e sistemi di supporto IT sofisticati, ma più user friendly, spostando l’attenzione dalle classiche operazioni di data storage a un minor numero di transazioni con un’alta interazione umana. Banale quanto può sembrare la lingua e la distanza culturale costituiscono ancora ostacoli importanti su cui è strettamente necessario investire perché, con un maggior coinvolgimento dei dipendenti cinesi, da “local-to-local” l’innovazione possa diventare key success factor da replicare altrove nell’azienda.
I 4 passi fondamentali di un approccio vincente al KM
Step 1: Identificare l’impatto del knowledge sul successo aziendale
Step 2: Svolgere un’audit interna sul knowledge generato
Step 3: Mettere in moto il cambiamento top-down
Step 4: Diffondere una nuova cultura di knowledge sharing all’interno dell’organizzazione perché si generi un circolo virtuoso e l’innovazione sia stimolata anche bottom-up

A cura di Marta Caccamo

venerdì 7 gennaio 2011

La Banca Mondiale apre le porte allo yuan

Per la prima volta nella storia della finanza internazionale la Banca Mondiale ha collocato sul mercato un’obbligazione nella valuta cinese, esplicitando l’interesse dell’istituto per il mercato dello yuan.
La Banca Mondiale ha recentemente emesso un prestito obbligazionario in yuan dal valore di 500 milioni, pari a 57 milioni di euro. Il bond ha un rating di AAA, con rendimento dello 0,95% su base semiannuale e ha scadenza il 14 gennaio 2013. Tuttavia, la misura intrapresa non è una novità assoluta nel mondo finanziario: un anno fa anche la Asian Development Bank, McDonald’s e Caterpillar avevano emesso obbligazioni in yuan, mentre sul mercato di Hong Kong sono stati collocati bond in valuta cinese già da tre anni.
La decisione dell’istituto internazionale conferma il crescente peso della valuta cinese e l’interesse del mercato finanziario globale per la moneta della Repubblica Popolare e la sua promozione. Ciò sosterrà uno degli obiettivi prefissati da Pechino, ovvero quello di far diventare lo yuan una delle principali monete internazionali assieme al dollaro e all’euro entro il 2020. Inoltre, con una reputazione monetaria superiore, la Cina potrebbe presto diventare il terzo creditore mondiale di cartamoneta dopo Stati Uniti e Giappone.
Se la valuta cinese dovesse dimostrarsi in grado di sostenere la nuova sfida, lo yuan potrebbe diventare oggetto di interesse per molti altri investitori internazionali, tra cui le grandi multinazionali.

martedì 4 gennaio 2011

2011 con ulteriore riduzione di terre rare

Per il primo semestre 2011 il Ministro del Commercio Cinese Che Deming ha annunciato una nuova riduzione delle terre rare, contraddicendo così le rassicurazioni fatte nei mesi scorsi.

Nuova riduzione dell’export da parte della Cina: anche nel 2011 si proseguirà con un drastico taglio delle terre rare che saranno ridotte a 14.508 tonnellate (il 35% in meno dello stesso periodo dell’anno scorso) contro il limite di 30.000 che era stato deciso nel 2010. A fronte di questa riduzione, però, la domanda mondiale non cala, anzi nel 2010, secondo le stime della Industrial Minerals Company of Australia, è stata di 48.000 tonnellate e attualmente ammonta a 110.000 con un aumento previsto entro il 2015 a 250.000 tonnellate. La Cina trattiene per il consumo interno il 75% della produzione, che è pari al 90% delle risorse globali.
Per questo motivo, la reazione di molti Paesi, tra cui in primis gli stati Uniti, è stata di grande preoccupazione ed in alcuni casi, infatti, si sta cercando di diversificare le fonti di approvvigionamento, come si sta già facendo in Australia e in California. L’accusa rivolta alla Repubblica Popolare è di forte protezionismo ingiustificato, denuncia già espressa precedentemente dall’Unione Europea per l’esportazione di bauxite e magnesio. Per questo motivo il Paese asiatico dovrà rispondere sulla riduzione delle terre rare all’Organizzazione Mondiale del Commercio il prossimo aprile.
Il Dragone, a sua difesa, ha giocato la carta dell’ecologia, sostenendo che la riduzione dell’export è una misura necessaria per contrastare l’esaurimento delle materie prime. Inoltre, le autorità cinesi hanno dichiarato che a determinare il flusso di terre rare esportabili per la seconda metà dell’anno saranno fattori come l’andamento dei consumi, il mercato interno ed estero e i livelli di produzione.